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Quando un riconoscimento diventa propaganda: la funzione ideologica di un premio per le Scienze Economiche

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In occasione del suo tricentenario, era il 1968, la Sveriges Riksbank (Banca Centrale Svedese) istituì il Premio della Banca di Svezia per le Scienze Economiche in memoria di Alfred Nobel. In quel periodo, l’ideologia socialdemocratica (capitalismo di mercato e forte stato sociale assieme) e keynesiana (lo Stato come moderatore e anticipatore delle crisi economiche) era ancora dominante in Svezia e in gran parte del mondo occidentale.

Secondo alcuni storici dell’Economia, l’istituzione del Premio da parte della Banca Centrale, sostenuta da Ă©lite finanziarie, fu un atto inteso a elevare il prestigio di una teoria economica alternativa: quella neoliberista, ovvero quella del libero mercato, della lotta all’inflazione e della riduzione dell’intervento statale; idee che stavano maturando in ambienti come la Scuola di Chicago e la Mont Pèlerin Society. L’obiettivo sarebbe stato quello di creare un “altoparlante” accademico per queste politiche, ammantandole di ineluttabilitĂ  scientifica.

L’analisi dei vincitori, soprattutto nei primi decenni, rafforza la tesi della funzionalitĂ  ideologica. Infatti:

  • un numero significativo di premiati è stato associato all’UniversitĂ  di Chicago, la fucina intellettuale del neoliberismo e di figure chiave come Milton Friedman (premiato nel 1976), il cui lavoro sulla teoria monetaria e sul ruolo limitato dello Stato è diventato il fondamento di molte politiche di deregolamentazione, come quelle introdotte da Ronald Reagan negli USA e da Margaret Thatcher in UK;
  • i premi hanno costantemente favorito gli economisti che adottano la metodologia neoclassica e i modelli di equilibrio razionale (come Robert Lucas Jr. e Finn Kydland), che tendono a vedere le fluttuazioni economiche come fenomeni di mercato naturali e meno suscettibili a un intervento keynesiano o statale. Questo approccio fornisce la giustificazione tecnica per lo scetticismo verso la regolamentazione;
  • il Premio a figure come James Buchanan (1986), padre della Public Choice Theory, è emblematico. Questa teoria sostiene che i politici e i burocrati sono agenti auto-interessati (proprio come gli attori del mercato) e che l’intervento pubblico è, per sua natura, inefficiente e dannoso. Questa prospettiva ha offerto una potente base teorica per smantellare le burocrazie statali e per la privatizzazione.

Fin dall’istituzione, la funzione primaria del Premio, dunque, non era semplicemente premiare, ma sacralizzare una particolare visione del mondo. L’affiancamento del Premio alle discipline scientifiche “dure”, come Fisica e Chimica, conferisce all’Economia una patina di scienza esatta, suggerendo che i principi di libero mercato promossi dai vincitori siano leggi universali e non costrutti ideologici.

Ciò implica due effetti diretti:

  • gli economisti premiati diventano guru onniscienti, invitati a influenzare i governi e l’opinione pubblica, trasformando idee politiche in “veritĂ  scientifiche”;
  • gli approcci economici eterodossi (post-keynesiani, istituzionalisti, ecologici), che criticano apertamente le fondamenta del neoliberismo, raramente vengono onorati. Questo li confina ai margini del dibattito, rafforzando l’ortodossia mainstream che ha plasmato l’ultimo mezzo secolo di politica economica.

La controversia è così profonda che perfino alcuni vincitori hanno espresso riserve.

Gunnar Myrdal (vincitore nel 1974) criticò apertamente il processo di selezione come “opaco” e “indifendibile”, affermando che il premio minacciava la reputazione delle altre categorie Nobel. E Friedrich von Hayek (1974), pur essendo un’icona neoliberista, temeva che il premio potesse trasformare gli economisti in influencer la cui influenza avrebbe superato i loro reali limiti scientifici.

Nel corso degli anni, autorevoli voci hanno chiesto l’abolizione del Premio, sostenendo che, finchĂ© continuerĂ  a dare prioritĂ  a un unico paradigma teorico che ha prodotto disuguaglianza e instabilitĂ  (come certificato da premiati stessi come Joseph Stiglitz, critico del neoliberismo), esso violerĂ  lo spirito testamentario di Alfred Nobel, che intendeva onorare coloro che hanno recato il “maggiore beneficio all’umanitĂ ”.

In sintesi, il Premio della Banca di Svezia, volontariamente o meno, ha fornito una base di autoritĂ  e prestigio scientifico a teorie che hanno facilitato la trasformazione neoliberista dell’economia globale, agendo come un fondamentale agente di legittimazione ideologica.

Per approfondire:

può essere interessante l’articolo di Tiziano Distefano pubblicato su Jacobinitalia in data 12 novembre 2025 con il titolo “Uno pseudo premio per una pseudo scienza“.

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