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Viaggio nella psicologia dello spettatore del cinema horror

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 6’21” con la voce di Vivienne)

Lo sappiamo che a tutta prima questo sembra un tema leggero e pure sganciato da quelli che normalmente vi proponiamo. Eppure la percezione della paura è argomento importante per noi che sappiamo che il timore è strumento di coercizione, sia evidente che strisciante. E indovinate un po’ quale è la palestra nella quale si allenano i cittadini alla percezione del terrore? Esatto, il cinema dell’orrifico. Per parlarne, abbiamo innanzitutto bisogno di concentrarci sugli effetti speciali dei quali le “pellicole” si avvalgono. Infatti, l’evoluzione degli effetti speciali non ha cambiato soltanto l’aspetto visivo dei mostri, piuttosto ha trasformato radicalmente la psicologia dello spettatore e la natura stessa di ciò che ci spaventa.

Allora seguiteci, il nostro viaggio nel cinema horror si muove lungo quattro grandi fasi storiche, ciascuna caratterizzata da una diversa percezione del terrore.

Fase 1. Tra gli anni ’20 e ’60, il meccanismo attraverso il quale si veicolava la paura si fondava sull’ignoto, l’illusione e la suggestione, ovvero era il cervello dello spettatore a riempire gli “spazi vuoti” della suspense. In Nosferatu (1922) o Psico (1960), tanto per citare i due piĂą famosi, l’orrore nasceva da ciò che si intuiva piĂą che da ciò che si vedeva distintamente.

Fase 2. Tra gli anni ’70 e ’80, l’avvento di protesi in silicone, l’utilizzo del lattice, il sangue finto e animatronica sofisticata hanno ribaltato le regole: il terrore è diventato viscerale, biologico e spaventosamente reale.

Fase 3. Tra gli anni ’90 e 2000 è arrivata la computer grafica e i registi hanno ottenuto la libertĂ  teoricamente illimitata di mostrare qualsiasi cosa su schermo. Tuttavia, questo ha generato un inatteso paradosso percettivo, ovvero l’effetto noto come uncanny valley e la conseguente perdita del senso del pericolo, perchĂ© mostrare troppo e con troppa fluiditĂ  spesso desensibilizza il pubblico. In termini pratici, quando un mostro realizzato con la computer grafica si muove sfidando la gravitĂ  o manca di peso percepito, lo spettatore smette inconsciamente di temerne la presenza fisica, archiviandolo come “effetto digitale” o “videogioco”.

Fase 4. Dal 2010 in poi, l’orrore è diventato sia “atmosferico” che psicologico, ovvero l’uso moderno della tecnologia ha premiato l’ibridazione: la CGI ormai viene usata prevalentemente per cancellare cavi, ritoccare dettagli impercettibili o potenziare protesi reali. Registi come Robert Eggers (quello di The Witch) o Ari Aster (di Hereditary) usano gli effetti speciali in modo invisibile, preferendo la tensione psicologica ritmata da piccoli dettagli realistici, così il terrore piĂą profondo torna a nascere dall’inquietudine e dall’atmosfera.

Bene, ora poniamoci la seguente domanda: il modo in cui i film horror ci suscitano paura ha cambiato il nostro modo di percepire il pericolo e provare il senso di allerta? Ovviamente sì. Il cinema horror non si limita a intrattenere, ma agisce come una vera e propria “palestra emotiva” e come un modellatore culturale per il nostro cervello. Pensiamo solo che il modo in cui percepiamo il pericolo e attiviamo lo stato di allerta nella vita reale si è evoluto lungo due direttrici principali: una fisiologica/psicologica e una socio-culturale.

In psicologia evoluzionistica esiste una teoria nota come Threat simulation theory, o Teoria della simulazione del pericolo, secondo la quale il cervello umano usa la finzione per fare pratica con la gestione del terrore senza correre rischi reali. In pratica, guardare un film horror stimola l’amigdala e rilascia adrenalina e cortisolo. PoichĂ© siamo seduti sul divano o al cinema, il cervello impara a vivere l’iper-attivazione fisiologica (battito accelerato, contrazione muscolare) e contemporaneamente a regolare l’ansia attraverso il contesto. Ricerche condotte da psicologi dell’UniversitĂ  di Aarhus durante la pandemia di COVID-19 hanno evidenziato che gli appassionati di film horror mostravano una maggiore resilienza psicologica di fronte all’incertezza e alla minaccia reale. Aver “esplorato” scenari catastrofici o pericolosi sul grande schermo rendeva il sistema nervoso meno vulnerabile allo shock dell’imprevisto.

In secondo luogo, il cinema horror ha modificato la mappa mentale delle nostre paranoie quotidiane, introducendo nuovi codici di attenzione, ovvero ha cambiato il modo in cui valutiamo il pericolo. Horror come Psycho (1960) o Lo Squalo (1975), ad esempio, hanno cambiato comportamenti reali a livello di massa (il terrore di fare la doccia o di fare il bagno in mare aperto). Ovvero abbiamo imparato a cercare il pericolo non solo nell’oscuritĂ  o nei luoghi remoti, ma dentro gli spazi familiari e quotidiani (la casa in Paranormal Activity, la tecnologia in The Ring o la propria comunitĂ  in Get Out). Di piĂą, l’horror moderno basato sulla tensione psicologica ci ha addestrati a notare micro-anomalie – come linguaggio del corpo innaturale, silenzi improvvisi, dettagli visivi fuori posto – affinando il nostro senso di “allerta preventivo”.

A onor del vero, l’evoluzione degli stimoli visivi nell’horror ha creato due effetti opposti nel pubblico, da una parte la desensibilizzazione e dall’altra l’ansia anticipatoria.

Nel primo caso notiamo un innalzamento della soglia di allarme e, dunque, di fronte a minacce lente o tradizionali, il pubblico moderno stenta ad attivarsi. Per far scattare il senso di pericolo, i film necessitano di stimoli sempre più complessi o realistici. Nella vita reale, questo può renderci meno reattivi di fronte a pericoli astratti o graduali (più o meno come per la bollitura delle rane).

Per quanto attiene all’ansia anticipatoria, il cinema ci ha insegnato che l’attesa del pericolo è peggiore del pericolo stesso. Nella vita quotidiana, questo si traduce in una maggiore tendenza a proiettare scenari catastrofici di fronte all’incertezza, poichĂ© abbiamo assimilato le strutture narrative del “presagio” tipiche dell’horror.

In definitiva, l’horror ha trasformato la percezione del pericolo da semplice istinto di sopravvivenza a esperienza cognitiva controllata (quel fenomeno paradossale noto come masochismo benigno e che tutti proviamo, per esempio, quando saliamo sulle montagne russe). Detto diversamente, ci ha resi piĂą consapevoli delle nostre risposte fisiche alla paura, permettendoci di riconoscere la differenza tra una minaccia reale e un falso allarme generato dalla nostra mente.

 

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