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Ha dell’incredibile la notizia giunta dal Pembrokeshire, in Galles (in fondo all’articolo il link alla notizia). Una multinazionale dell’energia, impegnata nella realizzazione del Greenlink interconnector – un imponente cavo sottomarino da 430 milioni di sterline pensato per collegare le reti elettriche di Regno Unito e Irlanda -, ha dovuto ridisegnare e deviare il tracciato dell’opera. Il motivo? Evitare di profanare la presunta «tomba» di Dobby, l’elfo domestico della saga cinematografica di Harry Potter.
Sì, avete capito benissimo, stiamo parlando della presunta tomba di un personaggio di fantasia!
Ecco, più nel dettaglio, che cosa è accaduto: sulla spiaggia di Freshwater West, dove nel 2010 fu girata la scena della morte della creatura nata dalla fantasia di J.K. Rowling, centinaia di fan accumulano da anni pietre incise e calzini di stoffa. E fin qui si potrebbe dire che ognuno fa dei calzini quello che gli pare. Ma il lato paradossale della questione è che, di fronte alla minaccia che i lavori del cavidotto, scavassero proprio in quel punto, una tempesta di centinaia di telefonate di protesta adirate ha sommerso la dirigenza del progetto, costringendo i progettisti al dietrofront.
«Ma sul serio?» ci chiediamo noi da Sardi.
E sapete come ha commentato, con sconcertata ironia, il responsabile del progetto, Simon Ludlam?
«Alla fine, siamo passati piuttosto vicino ad alcuni veri resti dell’età del Bronzo, ma abbiamo evitato la tomba di Dobby».
Lui ha ironizzato ma ci sarebbe davvero poco da ridere. Quella frase racchiude l’amara radiografia culturale della contemporaneità: la finzione mediatica e il feticismo pop godono oggi di uno scudo emotivo e di una capacità di mobilitazione di gran lunga superiori a quelli riservati alla storia materiale dell’umanità. Resti autentici dell’Età del Bronzo – urne funerarie e testimonianze di comunità umane vissute tre millenni fa – sono stati sfiorati o declassati a “danno collaterale” dell’infrastruttura pur di non scalfire il luogo simbolico legato a un personaggio fatto di pixel e carta.
Se questa vicenda gallese appare grottesca, il confronto con quanto sta accadendo in Sardegna, rende il paradosso ancora più tragico.
Per chiarirci, mentre in Galles la mobilitazione di massa salva la sepoltura figurativa di un elfo di fantasia, in Sardegna si consuma da anni un attacco sistematico e silenzioso ai danni del patrimonio storico e archeologico. Sotto il paravento formale della transizione ecologica e della corsa alle FER (Fonti di Energia Rinnovabile), centinaia di progetti per gigawatt di impianti eolici e distese sconfinate di pannelli fotovoltaici a terra rischiano di sfigurare il caratteristico paesaggio sardo. Parliamo di oltre settemila nuraghi, ai quali si aggiungono domus de janas, pozzi sacri, tombe dei giganti e menhir che costituiscono l’ossatura identitaria e storica della nostra isola. Eppure, nelle valutazioni d’impatto e nei progetti proposti da multinazionali dell’energia e speculatori, la presenza di questi monumenti millenari viene troppo spesso trattata come un mero fastidio burocratico.
Il contrasto non potrebbe essere più stridente. Da una parte abbiamo una società iper-connessa che si indigna, telefona e costringe un gigante dell’energia a spostare un cavo per preservare il ricordo di un personaggio inventato; dall’altra assistiamo a un menefreghismo culturale diffuso che tollera l’installazione di pale eoliche alte 250 metri a poche centinaia di metri da complessi nuragici storici o la copertura di altipiani primordiali con il silicio dei pannelli solari.
Allora lo diciamo per l’ennesima volta: la sostenibilità non può prescindere dall’etica e dalla tutela del territorio. Trasformare paesaggi storici intatti in aree industriali adibite alla produzione energetica significa compiere un’operazione di deculturazione e cancellazione della memoria collettiva.
Quale considerazione possiamo dunque svolgere alla luce di questa asimmetria?
Be’, in prima battuta, il confronto tra le due realtà (l’utilizzo del sostantivo è scelto appositamente) ci dimostra quanto la sensibilità collettiva sia oggi facilmente orientata verso ciò che è pop, emotivo e immateriale, lasciando al contempo che la storia reale e l’identità profonda dei territori vengano mercificate e sfigurate per logiche di profitto.
Se il mondo è capace di deviare infrastrutture milionarie per proteggere la memoria di una fiaba moderna, abbiamo il dovere morale e culturale di alzare la voce per proteggere la Sardegna e i suoi insediamenti nuragici. E, dall’altra parte, chi è interessato ha il dovere morale e culturale di ascoltarci.
Le radici reali e millenarie di un popolo non possono valere meno delle favole che ci raccontiamo per evadere dalla realtà.
Link alla notizia originale dalla quale trae spunto l’articolo: https://tg24.sky.it/spettacolo/cinema/2026/08/12/harry-potter-fan-salvano-tomba-dobby .















