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L’Europa e il parricidio del Mediterraneo

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Non è una “notizia straordinaria”, tuttavia richiede qualche riflessione; stiamo parlando della crisi geopolitica che l’Europa sta attraversando. Tale crisi potrebbe dipendere dall’abbandono del proprio focus identitario, ovvero quello legato ai propri scambi marittimi: il Mediterraneo.

Ne è convinto il professor Silvano Tagliagambe, filosofo fisico ed epistemologo, intervenuto al Festival del Mediterraneo il 22 dicembre scorso. Nella sua analisi, il Vecchio Continente ha commesso un parricidio culturale. Ha reciso il cordone ombelicale con il Mediterraneo, il “padre” da cui tutto è nato, trasformandolo da mare vivo di scambi a un totem immobile, circondato da tabù e linee d’ombra.

Per decenni, la narrazione dominante ha descritto il Mediterraneo occidentale come un riflesso passivo di quello orientale: una terra “civilizzata” solo grazie a massicce migrazioni dalla Fenicia o dal Levante. Oggi, i dati della paleogenetica smentiscono questa visione. Non ci fu una sostituzione di popoli, ma un’ibridazione culturale.
Il Mediterraneo non è stato un contenitore vuoto da riempire, ma una rete neurale attiva. Già nel 2000 a.C., in Sardegna e nel bacino occidentale, fioriva un pensiero autonomo, capace di leggere il cosmo e di tradurlo in architetture ciclopiche.

Il concetto cardine introdotto da Tagliagambe nel suo intervento al Festival, mutuato dal semiologo Jurij Lotman, è quello di semiosfera, ovvero quello spazio dinamico all’interno del quale i differenti sistemi di segni interagiscono per creare e comunicare informazioni, che si tratti di segni linguistici, artistici, logici, matematici o scientifici. La cultura è, allora, un ambiente organico dove anche il residuo delle epoche passate continua a influenzare il presente. In Sardegna, questa semiosfera è densissima, ma per troppo tempo è stata percepita come un fardello, generando quella che Nereide Rudas chiamava la “depressione culturale” dell’isola. La sfida oggi è trasformare la memoria da archivio statico in percezione dinamica o, meglio, in narrazione che sia espressione amministrativa o capacità di governare; in altre parole, azione politica.

Partendo da questo presupposto, la domanda che emerge spontanea è chiedersi: perché l’indagine della semiosfera è un atto politico? La risposta che si può dare immediatamente è: perché la geopolitica odierna, schiacciata su rapporti di forza immediati e priva di profondità storica, è fragile.

Allora, riconquistare la propria storia significa:

  • uscire dalle narrazioni altrui, ovvero smettere di essere definiti dagli stereotipi esterni;
  • generare autostima, ovvero trasformare il patrimonio archeologico in orgoglio civile e progettualità economica;
  • costruire l’identità nel mutamento, ovvero seguire l’esempio della storia sarda, che ha saputo restare se stessa attraversando fasi puniche, romane, bizantine e giudicali, senza mai spezzare il filo della propria coerenza interiore.

La Sardegna non è alla periferia dell’Europa, ma al centro di un Mediterraneo che deve tornare a essere il motore del pensiero continentale. Solo abitando consapevolmente la propria semiosfera, i sardi potranno trasformare la memoria in azione, e l’azione in futuro.

Le interessanti riflessioni filosofiche di Silvano Tagliagambe, per poter essere apprezzate appieno, dovrebbero però avere una ricaduta pratica, ad esempio in termini turistici e culturali. Per farlo, si dovrebbe passare dal concetto di “monumento come oggetto” a quello di “monumento come esperienza di senso”.
L’obiettivo non dovrebbe essere più solo portare visitatori davanti a un nuraghe, ma inserirli all’interno della semiosfera sarda. Ecco come queste idee potrebbero tradursi in azioni concrete, come di seguito proposto.

  1. Se, come dice Alain Berthoz, la percezione è “azione simulata”, il turista non deve essere un osservatore passivo. Il viaggio deve diventare un’esperienza di connessione tra tempi diversi.
  • Si potrebbero, allora, creare itinerari che non seguano solo la logica geografica, ma quella cronologica e simbolica, con riferimento all’albero della vita. Un percorso che parta dalle domus de janas (il sottosuolo/le radici), passi per i nuraghi (la terra/il tronco) e arrivi ai siti astronomici (il cielo/la chioma).
  • Si potrebbe, altresì, utilizzare la tecnologia non solo per ricostruire i muri crollati, ma per raccontare il “pensiero forte” dietro di essi, magari con app che mostrino l’allineamento degli astri durante i solstizi all’interno delle tombe dei giganti e trasformando la visita in una lezione di astronomia antica.
  1. Il paesaggio sardo è una stratificazione culturale. Il turismo dovrebbe diventare uno strumento di decodifica di questa stratificazione:
  • non solo con l’ospitalità in borghi antichi, ma con strutture che offrano “chiavi di lettura” del territorio, i cosiddetti alberghi diffusi. Ogni soggiorno dovrebbe includere una narrazione guidata che aiuti il visitatore a leggere i segni dell’ibridazione (punica, romana, bizantina) nel paesaggio circostante;
  • ragionare in termini di ecomusei della memoria involontaria, ovvero valorizzare non solo i grandi siti, ma i “residui” della semiosfera: antichi sentieri, muretti a secco, toponimi. Luoghi dove il “non detto” della storia è ancora percepibile.
  1. Per evitare che il Mediterraneo resti un “tabù” o un confine (linea d’ombra), la Sardegna dovrebbe proporsi come il punto d’incontro delle culture ibride:
  • bisognerebbe, allora, pensare ad eventi che riuniscano paleogenetisti, filosofi e artisti da tutto il bacino occidentale. L’obiettivo è riaffermare la Sardegna non come un’isola isolata, ma come il laboratorio originale dell’ibridazione culturale;
  • creare un brand che identifichi l’offerta sarda tutta, ovvero pensare una strategia di marketing territoriale che punti sull’autostima. Non vendere solo “mare e relax”, ma l’accesso a una civiltà che ha saputo unire terra e cielo. Questo attrarrebbe un turismo di qualità, colto e alto-spendente, interessato alla profondità della storia.
  1. La valorizzazione del patrimonio non è solo economia, è una cura contro la “depressione culturale”:
  • la “fiducia” di cui parla Tagliagambe nascerebbe se i sardi per primi diventassero custodi consapevoli della propria semiosfera. Si potrebbero agevolare progetti di archeologia partecipata dove la comunità locale contribuisce alla narrazione del proprio sito;
  • si potrebbero educare le nuove generazioni a “vedere” il movimento nella storia, affinché non si sentano prigioniere di un’isola, ma eredi di una rete marittima che un tempo dominava il pensiero occidentale.

In sintesi, applicare queste idee significherebbe smettere di considerare l’archeologia come un “museo polveroso” e iniziare a vederla come un asset geopolitico, la geopolitica della bellezza. La Sardegna potrebbe diventare il luogo in cui l’Europa ritrova le sue radici mediterranee, guarendo dal “parricidio” attraverso una narrazione nuova, forte e autonoma.

Per approfondire:

Post di Nurnet su Facebook “L’indagine della semiosfera del Mediterraneo è il giusto percorso di rafforzamento dell’identità nazionale della Sardegna e dei sardi, oltre le misconoscenze passate. Il valore politico della narrazione”.

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