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Sardegna XIX/XX secolo: l’intermediario delle piccole serve

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In Sardegna, tra la fine dell’Ottocento e la prima metĂ  del Novecento, è esistita una figura sospesa tra il ruolo di “agenzia di collocamento” arcaica e quello di mediatore sociale, si trattava degli intermediari delle piccole serve, anche detti sensali di braccia.

Questi personaggi operavano in un contesto di estrema povertĂ , facilitando il passaggio di bambine (spesso di soli 7-10 anni) dalle zone rurali dell’interno verso le case della borghesia urbana o dei grandi proprietari terrieri.

Non esisteva un albo professionale, ovviamente. Spesso l’intermediario era una figura che godeva di una certa fiducia in entrambi gli ambienti sociali:

  • poteva essere un commerciante che viaggiava tra i paesi, un parroco o, piĂą frequentemente, una donna anziana del villaggio che conosceva “chi aveva fame” e “chi aveva bisogno”;
  • la sua funzione principale era rassicurare i genitori della bambina che la figlia sarebbe stata “al sicuro” e ben nutrita, garantendo al contempo alla famiglia facoltosa l’onestĂ  e la laboriositĂ  della piccola.

Il contratto era quasi sempre orale; l’intermediario portava i genitori a pattuire quella che veniva chiamata sa messuina (in italiano: la mesata) o, piĂą spesso, un compenso in natura: un sacco di grano, un paio di scarpe nuove per la bambina, o semplicemente la promessa che la piccola avrebbe avuto “un tetto e un piatto caldo”. In questo modo, l’intermediario non vendeva un servizio, spesso vendeva una speranza di sopravvivenza per la famiglia d’origine, a costo dell’infanzia della bambina.

Le bambine venivano chiamate in vari modi a seconda della zona: criadas, picioccas de s’oju o semplicemente servette. Il loro compito non era solo quello di fare le bambinaie (accudire i figli dei padroni), ma spesso si trasformava in un lavoro domestico a tutto tondo, come:

  • portare i bambini a spasso o cullarli;
  • andare a prendere l’acqua alla fontana o il carbone;
  • lavare i pavimenti in ginocchio, nonostante la tenera etĂ .

Un altro aspetto importante da sottolineare è che il ruolo dell’intermediario era cruciale per spezzare il legame emotivo. Era lui (o lei) a gestire il viaggio, ovvero il distacco traumatico dal paese d’origine verso le cittĂ  come Cagliari, Sassari o i centri minerari piĂą ricchi.

Sebbene oggi questa pratica ci appaia come una forma di sfruttamento minorile, all’epoca era accettata come una strategia di sussistenza. L’intermediario era l’ingranaggio che permetteva a una bocca in meno di pesare sulla famiglia povera e a una mano d’opera a basso costo di servire quella ricca.

Questa figura emerge prepotentemente nelle opere di autori sardi come Grazia Deledda o nelle testimonianze raccolte da storici contemporanei. I racconti descrivono un’isola dove la povertĂ  era così profonda che la mediazione di un estraneo diventava l’unico ponte verso un futuro che, seppur duro, garantiva la vita.

Nei romanzi di Grazia Deledda, la figura dell’intermediario e quella della “piccola serva” non sono solo elementi di cronaca sociale, ma diventano strumenti letterari per esplorare i temi del destino, della colpa e della gerarchia arcaica. La scrittrice nuorese, premio Nobel nel 1926, descrive questo mondo con un realismo intriso di fatalismo, dove l’intermediario agisce come un “motore del fato”.

Nelle opere della Deledda, l’intermediario è spesso un uomo o una donna di mezza etĂ , scaltro e sbrigativo, che funge da ponte tra la miseria dei pastori e l’abbondanza delle case padronali.

A volte è lo stesso proprietario terriero che, conoscendo le famiglie indigenti che lavorano per lui, “propone” di prendere una figlia per portarla in cittĂ .

Deledda non lo descrive come un cattivo in senso assoluto, ma come un elemento naturale di un sistema crudele. La sua voce è quella che convince la madre della bambina, usando l’argomento del “pane garantito”; in questo modo, l’intermediario vende l’allontanamento come una benedizione.

Spesso le bambine sono descritte come ombre che scivolano per la casa, sempre intente a cullare un neonato o a ravvivare il fuoco. La loro presenza è costante ma silenziosa.

Deledda è maestra nel descrivere il momento in cui la bambina lascia il villaggio. Il viaggio verso la cittĂ , spesso a dorso di mulo o a piedi accanto all’intermediario, è descritto come un rito di passaggio verso una “prigione dorata” dove la fame finisce, ma inizia la solitudine.

In sintesi, nella letteratura deleddiana questa figura rappresenta la necessitĂ  che soffoca il sentimento, l’uomo che trasforma la miseria in un contratto di lavoro, segnando per sempre la pelle e l’anima delle “piccole serve” di Sardegna.

 

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