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L’immagine di copertina è stata generata da Gemini a partire da Il Quarto stato di Giuseppe Pellizza da Volpedo.
Per secoli, la storia dell’arte ha celebrato re, divinitĂ , eroi e paesaggi incontaminati. I lavoratori, coloro che con le proprie mani costruivano materialmente il mondo, sono rimasti a lungo figure invisibili, relegate sullo sfondo o mimetizzate nei dettagli di grandi affreschi. Tuttavia, tra l’Ottocento e il Novecento, si compie una vera e propria rivoluzione copernicana sulla tela: i lavoratori guadagnano il centro della scena, trasformando l’arte in uno specchio di denuncia sociale, dignitĂ e mutamento storico.
Per esempio, prima che le fabbriche cambiassero il profilo delle cittĂ , il lavoro era quasi esclusivamente legato ai ritmi della terra ma, a metĂ dell’Ottocento, il pittore francese Jean-François Millet smette di idealizzare la vita campestre e inizia a dipingerne la cruda fatica economica. Nel suo capolavoro Le spigolatrici (1857), tre donne sono curve a raccogliere le spighe rimaste a terra dopo il passaggio dei mietitori. Nel dipinto non c’è romanticismo alcuno, piuttosto i loro corpi sono piegati, i volti nascosti dall’ombra, le mani arrossate; cionondimeno, Millet conferisce loro una monumentalitĂ quasi sacrale, trasformando un gesto di sussistenza marginale in un monumento alla dignitĂ umana.
Con la Rivoluzione Industriale, il baricentro del lavoro si sposta nelle cittĂ e nei luoghi chiusi, perciò gli artisti smettono di guardare i campi e volgono lo sguardo verso i laboratori, i cantieri e le prime fabbriche. Un esempio straordinario di questa transizione è I piallatori di parquet (1875) di Gustave Caillebotte. Il pittore impressionista documenta con precisione quasi fotografica il lavoro manuale degli artigiani parigini: la luce penetra dalla finestra e illumina sia i torsi nudi dei lavoratori che lo strumento che gratta il legno e i trucioli sparsi sul pavimento. Per l’epoca, mostrare il proletariato urbano con tale realismo, senza filtri allegorici, fu considerato addirittura scandaloso!
Nello stesso periodo, artisti come Edgar Degas scendono nei sotterranei della modernità parigina per dipingere le stiratrici e le modiste, donne sfigurate dalla stanchezza, colte in gesti ripetitivi e logoranti, lontane anni luce dal mito della Belle Époque.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, il lavoratore smette di essere solo un individuo che soffre o fatica: diventa una classe sociale consapevole dei propri diritti; nasce la coscienza del lavoro che si fa manifesto politico e storico. Il simbolo assoluto di questa trasformazione è Il quarto stato (1901) di Giuseppe Pellizza da Volpedo. Qui i lavoratori (quarto ceto dopo clero, nobiltĂ e borghesia) non sono piĂą confinati in un interno opprimente o isolati in un campo. Avanzano compatti, frontalmente, uscendo dall’oscuritĂ dello sfondo per andare incontro alla luce del progresso e del futuro. La precisione della tecnica divisionista stende sulla tela una schiera di braccianti e contadini guidati da tre figure centrali (tra cui una donna con un bambino in braccio), che non chiedono caritĂ , ma rivendicano giustizia sociale.
Nel corso del secolo scorso, la rappresentazione del lavoro ha seguito le alterne vicende della modernitĂ . Dai maestosi murales industriali di Diego Rivera a Detroit, che celebravano l’operaio metalmeccanico come motore del futuro, si è passati gradualmente alla denuncia dell’alienazione.
Oggi, infatti, nell’era del lavoro immateriale e della precarietĂ , artisti contemporanei e street artist – come Banksy – dipingono spesso il lavoro non piĂą come fatica fisica, ma come invisibilitĂ sociale o spersonalizzazione all’interno degli ingranaggi del capitalismo avanzato.
E voi avete un dipinto preferito che descrive ciò che pensate del lavoro contemporaneo?














