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Il manganello e il tribuno: le due facce del Partito Unico del Riarmo

Che strano!
In vent’anni l’Unione europea ha perso circa un terzo del suo peso nell’economia mondiale. Sulle 74 tecnologie critiche che modelleranno il resto del secolo, censite dal Critical Technology Tracker dell’ASPI, la Cina ne guida 66 e gli Stati Uniti le altre 8: nessun Paese europeo è primo in una sola, e anche sommandoli tutti l’Unione arriva in testa appena in 4. Si fa docilmente deindustrializzare da una classe dirigente che sceglie, con ammirevole costanza, ogni pista che acceleri il declino. Lecca i piedi a Bibi il genocida ma si immola contro la Russia in nome della difesa più intransigente dei «valori», e getta così enormi masse di cittadini nella povertà energetica. Punta tutti i suoi gettoni al banco truccato del riarmo e rinuncia alla diplomazia.

Fa tutto questo, eppure una parte dei maggiorenti che portano la responsabilità politica e storica di questa catastrofe sempre più conclamata si stupisce che si accendano focolai di ribellione ogni giorno più caldi.

Un’altra parte dei potenti corresponsabili, invece, non si stupisce affatto. Ha capito che anche la rabbia popolare si può mettere a frutto, e la usa in due modi.

C’è chi lavora per infiltrare i movimenti e trascinarli nei vicoli ciechi delle derive violente, così da inaugurare cicli di repressione e risvegliare in larghi settori dell’opinione pubblica quei riflessi d’ordine che portano ad accettare modelli di gestione autoritaria permanenti. La rabbia contro il potere diventa il pretesto per rafforzarlo.

E c’è chi, dopo infinite genuflessioni al neoliberismo, prova a rifarsi una verginità presentandosi come paladino dei ceti impoveriti. Li sottrae a influenze più oneste ma meno organizzate, e intanto nasconde loro le contraddizioni inconfessabili che lo legano al Partito Unico del Riarmo.

Strategie opposte solo in apparenza. Da una parte il manganello, dall’altra il tribuno riciclato che rispolvera il lessico sindacale colpevolmente disatteso per lungo tempo. Gli uni vogliono criminalizzare la protesta, gli altri addomesticarla.

Prima hanno prodotto il malcontento. Ora vogliono amministrarlo.

Il loro vero incubo non è la rivolta rumorosa e violenta, facile da isolare. È un popolo lucido e organizzato, che riconosce i responsabili del disastro e smette di affidare proprio a loro il compito di salvarlo.

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