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I bot russi e la fabbrica dei pregiudizi

Ci casca (o ci vuole cascare) anche Carlo Calenda. Secondo la notizia, dopo gli attacchi ucraini ai data center di Yandex sarebbero crollati i post pro-Trump e pro-AfD. Morale calendiana: «Metà di quello che leggiamo online sono bot. Messi lì da chi vuole distruggere l’Europa».
Peccato che i dati riguardino soprattutto i crawler, i programmi che indicizzano le pagine web. Se un motore di ricerca russo perde i server, cala il suo traffico automatico. Ovvio. Della propaganda crollata, invece, nessuna prova. E il famoso “metà sono bot” viene dai rapporti sul traffico internet: macchine che leggono pagine, non macchine che orientano il voto.
Ma la storia era troppo bella per controllarla con l’arsenale della ragione. Da dieci anni ogni voto sgradito ha lo stesso colpevole. Brexit? Mosca. Il referendum catalano? Mosca. La sconfitta di Renzi al referendum del 2016? Mosca. Ancora oggi con queste boiate. Come se non ci fossero stati la deindustrializzazione inglese e decenni di rivendicazioni catalane. Come se non ci fosse stato un premier che aveva trasformato una riforma costituzionale in un plebiscito su se stesso. Le spiegazioni sociali e politiche richiedono fatica e un po’ di autocritica. Il troll russo no: è il babau più comodo e abusato.
Quando si è provato a misurarli, questi eserciti digitali si sono rivelati briciole. Volumi irrisori dentro l’oceano della comunicazione dominante, fatta di grandi giornali, televisioni e piattaforme americane. E molte delle accuse più rumorose sono state poi ridimensionate o smentite, in silenzio, con una frazione dell’eco che avevano avuto.
Sulle interferenze occidentali, documentate e su ben altra scala, la memoria si fa corta. Il politologo Dov Levin ne ha contate 81 da parte degli Stati Uniti nelle elezioni altrui tra il 1946 e il 2000, compresa la nostra del 1948. Mai sentito nessuno invocare una mobilitazione.
Il meccanismo è sempre quello: si parte da un fatto vero, si lancia il sasso nascondendo la mano di un collegamento mai dimostrato, infine si sbandiera con faccia da prognosi riservata una conclusione che fa comodo. Il dissenso viene additato come un prodotto d’importazione. E Calenda, già che c’è, chiama alla mobilitazione.
Contro chi? Contro i crawler? O contro chi osasse pensarla diversamente dal Partito Unico della Guerra?
Perché la strada è quella. Se le opinioni sgradite sono attribuite a dei bot, il dissenso da quel momento è illegittimo. E un dissenso illegittimo si può zittire con la coscienza a posto. Intanto con una legge elettorale ad hoc per impedire partiti nuovi.
Eppure la regola è semplice: quando una notizia conferma alla perfezione ciò che pensavi già, è il momento di verificarla. Non di farne propaganda. La vera fabbrica non è a San Pietroburgo. È quella dei pregiudizi. A occhio, una frazione corposa e crescente delle grandi spese per il riarmo si sta già orientando a produrre non tanto droni quanto questo tipo di notizie infondate.
Che poi servono a nascondere la gravità dell’unica parte vera della notizia: che i pupari di Zelensky bombardano i data-center russi, esponendoci tranquillamente a rappresaglie sulle infrastrutture e su una scala catastrofica. Tanto mica paga Calenda.

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