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Come sa bene chi insegna ma anche chi non ha mai smesso di studiare, l’apprendimento non è mai stato un atto statico, piuttosto si è evoluto di pari passo con le nostre tecnologie, la nostra comprensione del cervello e i mutamenti sociali. Va da sé, dunque, che dalle tavolette d’argilla della Mesopotamia ai display OLED dei tablet di oggi, il modo in cui l’essere umano acquisisce, elabora e memorizza le informazioni ha subìto una metamorfosi radicale.
Nell’antichitĂ , studiare era un privilegio per pochissimi e si basava quasi esclusivamente su due pilastri: l’ascolto e la memoria. Prima della diffusione della scrittura, infatti, la conoscenza viaggiava attraverso il racconto; i discepoli di filosofi come Socrate imparavano ascoltando e discutendo, il noto metodo maieutico. Poi, con la nascita dei primi testi scritti (papiri, pergamene), lo studio divenne un esercizio di pazienza; i libri erano rari, costosi e custoditi nei monasteri o nelle grandi biblioteche, perciò studiare significava spesso viaggiare per chilometri al fine di poter consultare l’unico volume disponibile di un autore.
Sul finire del Medioevo, esattamente nel 1455, la stampa a caratteri mobili di Johannes Gutenberg cambia tutto e, finalmente, il libro diventa un oggetto accessibile. Così studiare comincia a significare “leggere e sottolineare”. Da lì in poi, nascono i primi programmi scolastici strutturati e i manuali pensati appositamente per gli studenti. Nella strutturazione scolastica, l’approccio dominante è rimasto per secoli quello mnemonico e lo studente ideale era colui che imparava a memoria date, formule e poesie. A tal riguardo, la ripetizione ad alta voce era lo strumento principale di verifica.
All’ultimo giro di boa del secondo millennio esplode la scolarizzazione di massa e leggere non basta piĂą; è necessario saper ottimizzare i tempi, perciò lo studente medio sviluppa un sistema visivo basato su colori e riassunti scritti a mano. Per questa ragione, intorno agli anni ’70 e ’80, si assiste al boom degli evidenziatori fluorescenti, dei blocchi appunti e dei raccoglitori ad anelli. Nondimeno, grazie agli studi sulla memoria e sulla psicologia dell’apprendimento, si capisce che la memorizzazione passiva non funziona sul lungo periodo e nascono le prime mappe concettuali (teorizzate da Joseph Novak negli anni ’70) e il metodo di memorizzazione a intervalli (spaced repetition) tramite le flashcard cartacee (il sistema Leitner). Fin qui stiamo ancora ragionando di un rapporto diretto tra libri e fogli di appunti.
Poi, però, tra il 2000 e il 2020, sono arrivati Internet, smartphone e tablet. La rivoluzione digitale ha posto un nuovo problema agli studenti: non più trovare la fonte dell’informazione ma filtrarla. Wikipedia, i PDF e le video-lezioni su YouTube sostituiscono parzialmente i pesanti manuali cartacei e i quaderni diventano file di Word o Notion. Nascono software come Anki che digitalizzano le flashcard, applicando algoritmi matematici per ricordare allo studente esattamente quando ripassare una nozione prima di dimenticarla..
Oggi, infine, non si studia piĂą come dieci anni fa circa: il focus si è spostato dal cosa sapere al come applicarlo, anche perchĂ© la conoscenza è a portata di click. Piattaforme come Duolingo o quiz interattivi trasformano lo studio in un gioco a premi, stimolando la dopamina per mantenere alta l’attenzione. Nondimeno, strumenti avanzati e modelli linguistici agiscono come assistenti personali, perciò non si usa piĂą solo Google per cercare una risposta; si chiede all’IA di simulare un esame, spiegare un concetto complesso o creare un piano di studio personalizzato. Purtroppo, tutto ciò ha avuto come conseguenza che l’attenzione media si è abbassata. A voler vedere il bicchiere mezzo pieno, potremmo considerare che è, verosimilmente, aumentata la capacitĂ di sfruttare i tempi morti perchĂ© si può studiare ascoltando podcast di divulgazione in metropolitana o guardando video esplicativi di 3 minuti che rendono conoscenze anche complesse del tutto pret Ă porter ma alimentano pure l’effetto Dunning-Kruger, per il quale il poco che si sa viene stimato una conoscenza assoluta.
Ciò detto, nonostante i tablet abbiano sostituito le tavolette di cera, una veritĂ scientifica rimane immutata: il cervello umano impara solo attraverso l’elaborazione attiva, pertanto che si utilizzi una piuma d’oca o l’intelligenza artificiale, il segreto dello studio efficace risiede ancora nella curiositĂ , nella capacitĂ di farsi le domande giuste e nello sforzo cognitivo di rielaborare le informazioni con parole proprie. La tecnologia ha cambiato gli strumenti, ma la magia dell’apprendimento resta profondamente umana. Almeno, questo è quello che speriamo e che vogliamo credere.















