🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 6’01” con la voce di Florian)
Ero a Budoni, in uno stagno vicino a Sa Capannizza. Le gallinelle d’acqua giocavano tra di loro, creando mulinelli sulla superficie. Un vero spettacolo. Profumi mai sentiti mi inebriavano.
Decisi di spostarmi verso le montagne tra Torpè e Lodè. Sullo sfondo si stagliava la diga Macarronis. Il cielo era limpido e si rifletteva sull’acqua. Camminavo lungo i sentieri.
Trovai adagiata a terra una bellissima ragazza spagnola con la sua bicicletta semi distrutta. Piangeva e aveva escoriazioni su tutto il corpo.
Tornai all’auto, parcheggiata poco distante, e presi la scatola del pronto soccorso. Raggiunsi di nuovo la ragazza e cercai di curarle le escoriazioni maggiori. Mentre piangeva e urlava, mi guardò e si lasciò andare a un delicato sorriso.
Io le parlavo in un timido spagnolo misto a parole nuoresi. Volevo farla visitare dalla guardia medica, ma Manuelita si rifiutò.
Restammo ore a parlare del suo paese in Spagna, simile alla nostra Oliena. La luce del giorno stava svanendo, tingendo le vette circostanti di viola e arancio. Mi alzai e mi allontanai di pochi passi lungo il margine del sentiero, dove la macchia mediterranea era più folta.
Raccolsi un piccolo mazzo di fiori di campo: cardi selvatici, asfodeli e qualche margherita dai petali gialli che ancora resisteva. Glielo porsi in silenzio. Manuelita prese il mazzo, i suoi occhi verdi si illuminarono di gratitudine. Mi ricambiò con una tenera carezza sulla guancia e un affettuoso bacio, un gesto inatteso che sigillò il nostro incontro tra i profumi e i colori delle montagne sarde.
Proprio mentre il buio iniziava ad avvolgerci, caricai la bicicletta semi distrutta nel bagagliaio dell’auto e l’accompagnai in un piccolo albergo a Budoni. Sulla soglia, Manuelita mi chiese: «Vieni a trovarmi, quando torno? Ti aspetterò ad Albarracín, è proprio come l’hai immaginata». Senza esitare, le assicurai che l’avrei fatto.
Il mattino dopo, però, Manuelita volle restare. La portai nella mia casa nella ‘Repubblica di Sardegna’, tra le campagne di Birgalavò. Lasciai il piccolo mazzo di fiori di campo sul tavolo prima di uscire per andare a lavorare.
Quando rientrai quella sera, un profumo delicato e sconosciuto mi accolse. Trovai la casa in uno splendore mai visto, come se un vento gentile avesse spazzato via ogni traccia di stanchezza. Le sue due ferite, ancora visibili, erano diventate per me un proclama d’amore e gratitudine, testimonianza dell’amorevole Manuelita. Quel piccolo mazzo di fiori di campo non era solo un ricordo delle montagne sarde.
Il mattino dopo, il sole di Sardegna si era insinuato tra le persiane di legno della casa di campagna a Birgalavò, dipingendo strisce dorate sul pavimento. Manuelita dormiva ancora, avvolta nelle lenzuola fresche, il respiro leggero, le escoriazioni sulle braccia meno rosse alla luce mattutina. Sembrava un dipinto, un miracolo fragile adagiato nella mia vita.
Quando si svegliò, non ci fu fretta, solo una quiete profonda e inattesa. Mi alzai in punta di piedi, ma il suo sguardo verde mi aveva già intercettato. «Non andare», sussurrò, la voce roca e dolce, un invito che andava oltre il semplice restare. Le portai un bicchiere d’acqua fresca.
Quella mattina, e il giorno dopo ancora, ogni momento fu intessuto di delicatezza. Manuelita non era solo la ragazza ferita che avevo soccorso; era un universo di storie, risate soffocate e silenzi eloquenti. Si sedeva al tavolo della cucina con quel piccolo mazzo di fiori di campo, ora un po’ appassito, e me lo raccontava.
«Sai, Domenico,» diceva, accarezzando la margherita gialla, «il mio paese, Albarracín, è pietra antica, eppure la gente ha un cuore come la tua terra: ruvido fuori, ma che nasconde il sole. Ho lasciato il mio lavoro come… come una fuga. Non ero felice. Quell’incidente sulla montagna non è stato un caso; forse era il mio corpo che urlava al mondo di fermarmi.»
Mentre mi parlava della sua vita, delle sue paure e dei suoi sogni lasciati a metà, si avvicinava a me con una naturalezza disarmante. Mi stringeva la mano con le dita sottili, lasciando morbide carezze sul mio braccio mentre ero immerso nei pensieri, un modo non verbale di dirmi: «Sono qui, sono al sicuro, grazie a te».
Ricordo quando ero intento a sistemare un vecchio libro, lei si era avvicinata da dietro, avvolgendomi in un abbraccio improvviso e lieve, il profumo dei suoi capelli che sapeva di brezza di montagna e salvia selvatica. Appoggiò la testa sulla mia spalla e mi sussurrò all’orecchio in un perfetto, seppur raro, italiano: «Sei la mia roccia, Domenico. La forza che non sapevo di aver perso».
La sera, quando mi sedevo al tavolo stanco dal lavoro, era lei a coccolarmi. Mi preparava una tisana con le erbe che trovava nel giardino e, con una premura quasi materna, mi spingeva a rilassarmi. Le sue due ferite, che avevo curato qualche tempo prima, erano guarite, lasciando appena due tracce sottili. Erano diventate il suo modo silenzioso di proclamare la sua gratitudine e il suo crescente amore, testimoniando la nascita di un legame che superava le parole e le culture.
Manuelita mi insegnava lo spagnolo con canzoni sussurrate che accompagnavo con la mia chitarra, mi raccontava leggende della Spagna che risuonavano stranamente familiari con quelle della Barbagia. Ridevamo delle parole nuoresi che si intromettevano nel suo castigliano. Ogni sera, prima di addormentarmi, lei mi prendeva il viso tra le mani, i suoi occhi verdi, ormai completamente sereni, che riflettevano la luce della lampada. «Quando tornerò ad Albarracín,» mi disse una notte, con una dolcezza infinita, «non sarà più la stessa. Vi porterò i profumi e i colori di Birgalavò, la tua pazienza e il tuo cuore gentile. Voglio che la tua Repubblica di Sardegna sia anche il mio cuore, e il mio paese la nostra casa.»
In quel momento, ogni incertezza svanì. Non era solo un’avventura, non era solo soccorso. Era un amore tenero, inaspettato, fiorito tra i cardi selvatici delle montagne di Lodè e il profumo di un’antica casa sarda.














