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I Sardi erano stanchi di essere oltraggiati da acidi profittatori; Mariedda lo capì e capì anche che, per abbattere la loro resistenza non servivano i bulldozer, servivano le parole. Così, innanzitutto, smise gli abiti grigi di Roma e indossò i colori della terra, poi iniziò a girare per le piazze della Barbagia e delle coste, parlando un linguaggio che sapeva di pane, lavoro e riscatto.
«Sardi, fratelli miei!» gridava dai palchi improvvisati, con una passione che sembrava sincera. «Ci hanno rubato il futuro, ci hanno lasciato solo le briciole! Io sono qui per ridarvi la dignità, per fare in modo che i vostri figli non debbano più emigrare! Vi dimenticherete dei precedenti presidenti, coloro che hanno iniziato a piantare pale eoliche. Entro 100 giorni la sanità funzionerà alla perfezione, i trasporti funzioneranno a basso costo e nessuno più verrà qui a rubarci la terra.»
Era una demagogia perfetta. Con il mezzobusto prometteva “sviluppo green”, “turismo etico” e “sovranità alimentare” ma, sotto al tavolo, firmava le autorizzazioni per le multinazionali del vento e i fondi speculativi. I “sardi creduloni”, sebbene stanchi di decenni di promesse mancate, iniziarono a vedere in lei un’ambasciatrice di speranze.
Fu allora che scattò la trappola politica. I partiti sinistrati – ormai gusci vuoti privi di ideali e affamati di poltrone – videro in Mariedda il cavallo di Troia ideale. Con la scusa del “campo largo” e del “progresso necessario”, la incoronarono regina della coalizione.
«Mariedda è il volto nuovo della Sardegna», dicevano i segretari di partito nei loro uffici climatizzati. «È la sintesi tra tradizione e futuro.»
In realtà, quello che si celebrava era il matrimonio perfetto tra il cinismo dei poteri forti e l’opportunismo di una sinistra che aveva dimenticato il sapore della polvere e del lavoro.
Mariedda scese in campo con una corazzata mediatica senza precedenti, finanziata dagli stessi magnati dell’edilizia che l’avevano assoldata a Roma.
Ma la Sardegna è una terra di contrasti violenti. Se una parte del popolo era stata ammaliata dal suo “canto”, l’altra – quella più profonda, quella che non guardava la TV ma ascoltava il battito della terra – non si lasciò incantare.
In Barbagia, i vecchi iniziarono a scuotere la testa. «Parla troppo bene,» dicevano, «e chi parla troppo bene spesso ha qualcosa da nascondere sotto la lingua.»
Così, mentre Mariedda inaugurava cantieri simbolici per le telecamere, i Sardi “mai domi” iniziarono a mappare i veri interessi dietro i suoi discorsi. Scoprirono che dietro ogni “parco naturale” promesso c’era un vincolo urbanistico rimosso per i soci di Mariedda. Il consenso dei partiti sinistrati si rivelò per quello che era: un paravento per svendere l’autonomia regionale. Mariedda, eletta con i voti di chi sperava nel cambiamento, usò il suo potere per firmare quelle stesse leggi che avrebbe dovuto combattere.
Cionondimeno, la delusione dei Sardi non si trasformò in rassegnazione quanto, piuttosto, in una rabbia lucida. «Mariedda ha pensato che fossimo pecore da tosare», scrissero sui muri di Nuoro e Sassari, e su quelli di Mamoiada e di Orgosolo e su quelli di tutta la Sardegna. «Ha dimenticato che in Sardegna anche le pecore sanno dove colpire se messe all’angolo.»
Ogni riferimento a fatti e personaggi è puramente casuale.














