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Il falegname di Nuoro: il riscatto contro il “muro di silenzio”

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’26” con la voce di Ingrid)

La storia di Pietro è il racconto di un uomo che ha trasformato il legno grezzo nella propria libertĂ , e che oggi guarda alle mura di Badu ‘e Carros non con odio, ma con la preoccupazione di chi teme che quel luogo perda la sua anima. Ecco una narrazione che intreccia il suo passato con la sua battaglia civile attuale.

Pietro ricorda ancora l’odore del truciolo fresco nella falegnameria del carcere. A 14 anni il mondo gli era crollato addosso, lasciandolo solo e senza bussola. Badu ‘e Carros, per assurdo, era stata la sua isola di salvataggio. Lì, tra il rumore delle pialle e la guida ferma ma umana degli agenti, aveva imparato che una mano può essere usata per distruggere o per creare. Lui aveva scelto di creare.

Oggi, nella sua bottega a Nuoro, Pietro modella il ginepro e la quercia. Ma il suo pensiero torna spesso a quelle celle. Quando sente parlare dell’espansione del 41-bis e dell’arrivo massiccio di criminalitĂ  organizzata esterna, sente una stretta al cuore.

Per Pietro, la trasformazione del carcere di Nuoro in una fortezza dedicata esclusivamente al regime di “carcere duro” è una sconfitta per tutta la Barbagia. La sua storia parla chiaro: lui si è salvato perchĂ© c’era spazio per l’umanitĂ , per il lavoro e per il contatto con la sua terra.

Il suo “No” al 41-bis e alla “mafizzazione” del carcere si fonda su tre pilastri:

  1. il tradimento della funzione rieducativa – Pietro dice sempre: «Se io fossi stato chiuso in una scatola di cemento senza vedere nessuno, oggi non avrei una pialla in mano, ma solo rabbia nel cuore». Teme che, se il carcere diventa solo isolamento, non usciranno piĂą falegnami, ma uomini spezzati;
  2. la protezione della comunità – Pietro teme anche che importare logiche di criminalità organizzata pesante possa inquinare il tessuto sociale di Nuoro, trasformando la città in un bersaglio o in un palcoscenico per dinamiche che non appartengono alla gentilezza sarda che lo ha aiutato a rialzarsi;
  3. la dignitĂ  dei lavoratori – Pietro non dimentica gli agenti che gli hanno dato del “figlio” quando era “orfano”. Sa che un carcere dominato dal 41-bis trasforma anche il lavoro degli agenti in una sorveglianza muta e durissima, eliminando quel dialogo educativo che a lui ha salvato la vita.

Per queste ragioni Pietro pensa che l’Isola meriti speranza. Così, una sera, seduto davanti alla sua falegnameria, decide di scrivere una lettera aperta. Non usa parole difficili, piuttosto usa la veritĂ  di chi è passato dal buio alla luce.

Non trasformate Badu ‘e Carros in un castello fantasma, scrive. Lasciate che tra quelle mura si continui a sentire l’odore del legno e non solo il rumore dei chiavistelli. L’Isola merita di recuperare i suoi figli, non di diventare il deposito dei peccati altrui. La Sardegna è terra di riscatto, non di oblio.

Oggi Pietro è la voce di chi crede che la giustizia non debba solo punire, ma guarire. Perché, ogni volta che termina di realizzare un tavolo o una sedia, lui sa che quel pezzo di legno è la prova che nessuno è mai perduto per sempre.

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