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Recentemente, ad Agrustos (Budoni), sono venuti a bussare alla mia porta. Mi hanno offerto denaro in cambio di un pezzo del mio terreno per installare un’antenna per le telecomunicazioni (telefonini). Ma il copione è lo stesso che vedo ripetersi ovunque intorno a me: distese di pannelli fotovoltaici che soffocano il pascolo e giganti d’acciaio che feriscono l’orizzonte. Mi hanno chiesto di firmare, di dare in locazione la mia proprietà per farne un ingranaggio della loro rete. In quel momento, ho capito che la dinamica è sempre la stessa dal 1820.
Vengono con le lusinghe del guadagno facile, cercando di convincere che quel fazzoletto di terra, in fondo, è un peso. Ma quella terra non è solo un asset economico: è parte di quella storia che hanno cercato di recintare e sottrarci per secoli. Accettare significa diventare complici della logica che sta deturpando l’intera Sardegna, trasformandola in una batteria elettrica al servizio di interessi transnazionali.
La radice di questo male affonda nel 6 ottobre 1820, quando il governo sabaudo emanò l’Editto delle Chiudende. Con quella legge, i Savoia decisero che i pascoli comuni, cuore della nostra civiltà, potevano essere recintati da chiunque avesse i mezzi per farlo. Fu il furto della terra collettiva: i muretti a secco divennero barriere contro i poveri: Tancas serradas a muru, po nne bogare su poveru. Allora furono le pietre a espropriarci della libertà; oggi sono le autorizzazioni regionali e i contratti delle multinazionali dell’energia.
Una nuova “Questione Sarda”
Oggi non ci sono più i notabili sabaudi, ma i fondi d’investimento. Se oggi cediamo sulle antenne, domani cederemo sui giganti del vento e dopodomani sulle distese di silicio che bruciano il suolo fertile. Ogni metro di terra che diamo in locazione è un metro di sovranità che perdiamo. La Sardegna non è una piattaforma di servizi né una terra di conquista energetica; è un luogo di vita, identità e memoria.
Ecco perché ho guardato quel contratto e ho visto lo spettro dei politici del passato che si spartivano i nostri pascoli. La mia risposta è stata, e sarà sempre, un “No” deciso. Perché riprendersi il maltolto significa prima di tutto smettere di svendere il presente. Dunque, la mia terra resta libera. La mia terra resta sarda.
Cosa comporta questa scelta: consigli pratici contro l’assalto energetico
Rifiutare la locazione è un atto di resistenza civile. Ecco come difendere il tuo terreno dalle diverse minacce.
- Difendersi dalle Pale Eoliche e dal Fotovoltaico a terra
A differenza delle antenne, i grandi impianti energetici richiedono superfici enormi. Le multinazionali hanno bisogno di terreni contigui. Se tu e i tuoi vicini restate uniti nel rifiuto, create un “buco” nella mappa del progetto che può rendere l’intero investimento non profittevole o tecnicamente impossibile. Si chiama Forza del “No” confinario.
Inoltre, verifica se il tuo terreno ricade nelle zone che la Regione o il Comune hanno individuato come “non idonee” (vicinanza a beni culturali, zone instabili o aree di pregio agricolo).
- Lo scudo degli Usi Civici
Molti dei terreni oggi puntati dai colossi dell’energia sono in realtà ex terre comuni mai legalmente sdemanializzate dopo l’Editto delle Chiudende.
Fai, dunque, una visura storica. Se risultano Usi Civici, il contratto di locazione che ti propongono è nullo per legge: quella terra non può essere sottratta alla sua destinazione naturale senza un iter pubblico quasi impossibile da ottenere per un privato.
- La via del Comitato
Contro l’assalto energetico che sta deturpando l’isola, l’unione è l’unica difesa.
Perciò, unisciti ai comitati territoriali (come quelli nati contro l’eolico selvaggio). La difesa del suolo oggi passa per le osservazioni tecniche da inviare al Ministero dell’Ambiente e alla Regione entro i termini di legge (solitamente 30-60 giorni dalla pubblicazione dei progetti).
Spero che questo breve elenco di spunti pratici siano utili a tutti, pertanto custoditeli e, se occorre, metteteli in pratica e condivideteli con i vostri conoscenti.














