Sì!: sì o no?

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Nei giorni scorsi si è parlato tanto del finale del Canto degli Italiani. Il Presidente Sergio Mattarella e la Premier Giorgia Meloni avrebbero deciso di ufficializzarne l’esecuzione senza il “Sì” finale.

Quel “Sì”, da un punto di vista storico, non è mai stato parte del testo poetico scritto da Goffredo Mameli nel 1847. Fu un’aggiunta estemporanea suggerita dal compositore Michele Novaro durante la creazione della musica. Serviva a dare una chiusura enfatica, quasi un grido di battaglia, tipico del fervore risorgimentale.

Per decenni, l’Italia non ha avuto un inno nazionale de jure. Il Canto degli Italiani fu adottato dal Consiglio dei Ministri il 12 ottobre 1946 solo in via provvisoria.

Pare che il “Sì” sia stato gradualmente percepito come un’aggiunta ridondante o troppo informale per le cerimonie solenni dello Stato.

Dopo 71 anni di provvisorietà, il Parlamento ha approvato la Legge n. 181 del 4 dicembre 2017 che recita: “La Repubblica riconosce il testo del «Canto degli italiani» di Goffredo Mameli e lo spartito musicale originale di Michele Novaro quale proprio inno nazionale.”

Questo è, ad oggi, il provvedimento nazionale definitivo.

Perché la rimozione del “Sì”?
La legge rimanda alla partitura autografa e alla fedeltà del testo poetico originale. Poiché nelle versioni più accademiche e filologiche lo spartito si conclude con l’accordo orchestrale dopo le parole “Siam pronti alla morte, l’Italia chiamò”, il “Sì” è rimasto fuori dal protocollo ufficiale dello Stato.

In sintesi, quali sono le giustificazioni addotte sul perché il “Sì” finale non si dice più?

  1. Si è voluto tornare alla purezza del testo di Mameli.
  2. Nelle cerimonie internazionali, il grido finale veniva considerato meno elegante rispetto a una chiusura orchestrale netta.
  3. Con l’ufficializzazione del 2017, si è scelto di seguire lo spartito ministeriale standard che non prevede il grido finale.

Dunque, la decisione che il Presidente e la Premier parrebbero aver preso solo di recente, in realtà, avrebbe un antefatto ufficiale preciso.

Ciò detto, notiamo solo un dettaglio: quel dibattuto “Sì” era quello che è, ovvero un’affermazione di indipendenza e sovranità. A chiamare era e dovrebbe essere l’Italia, non la Von der Leyen e cricca a contorno, non la UE, non la NATO. L’Italia. Ecco che, proprio in un periodo storico come questo, nel quale i guerrafondai paiono risentire di accenni di frenate da più parti provenienti, si decide di recuperare l’ufficialità posta nero su bianco nel 2017 e di cedere, neanche tanto velatamente, un altro pezzetto di sovranità italiana. Perché, che ai vertici piaccia o no, è l’Italia che dovrebbe far risuonare nei cuori di tutti il sentimento di unità/unione/condivisione/patriottismo non vertici impazziti o “sovravertici” emotofagi.

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