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Apprendiamo dall’articolo di Lorenzo Piras pubblicato in data 28 settembre 2025[1] delle recenti proposte per l’installazione di circa cinquanta cabine di trasformazione dell’energia lungo le coste sarde, in particolare nel tratto che va da Terra Mala a Pittulongu. Tali proposte sollevano una critica significativa e urgente riguardo all’impatto ambientale e paesaggistico. Questo assalto infrastrutturale collegato allo sviluppo delle energie rinnovabili e in particolare al Tyrrhenian Link (un progetto di interconnessione elettrica sottomarina), merita un’analisi approfondita sulle sue conseguenze.
L’elemento piĂą evidente e immediato di critica riguarda, neanche a dirlo, il deturpamento paesaggistico. Le coste sarde, riconosciute a livello internazionale per la loro bellezza incontaminata e l’alto valore naturalistico, rischiano di vedere la propria identitĂ stravolta. Vediamone i dettagli:
- violazione estetica – Le cabine di trasformazione sono strutture industriali, spesso in cemento o prefabbricate, che contrastano nettamente con l’ambiente naturale e la macchia mediterranea. La loro ubicazione su spiagge, litorali o immediate vicinanze, annulla l’esperienza visiva e sensoriale del paesaggio costiero;
- percezione del turismo – La Sardegna basa gran parte della sua economia sul turismo di qualitĂ , che ricerca proprio l’integritĂ e la naturalitĂ dei luoghi. L’industrializzazione del litorale con infrastrutture elettriche danneggerebbe in modo irreparabile l’immagine dell’isola, allontanando flussi turistici;
- inquinamento acustico e da cantiere – La fase di costruzione delle cabine e delle relative opere accessorie (trincee, cavidotti) comporta un significativo inquinamento acustico e la distruzione temporanea di habitat. Nel caso specifico del Tyrrhenian Link, le operazioni di sbancamento nei fondali marini, citate in alcuni report, possono alterare la fragile biodiversitĂ marina e costiera;
- rischio di sversamenti – Sebbene siano strutture progettate per essere sicure, le cabine di trasformazione contengono apparati elettrici che, in caso di guasto o incidente, possono rilasciare liquidi refrigeranti (come l’olio dielettrico) potenzialmente tossici nel terreno o, peggio, nelle falde acquifere o a ridosso della battigia;
- alterazione degli ecosistemi costieri – L’installazione massiva di strutture rigide in aree dinamiche come i litorali può interferire con i processi naturali di trasporto della sabbia e l’equilibrio degli ecosistemi dunali, accelerando fenomeni di erosione costiera.
Inoltre, il dibattito sull’inquinamento delle cabine evidenzia un problema piĂą ampio: la mancanza di una pianificazione territoriale che bilanci in modo sostenibile l’esigenza energetica con la tutela paesaggistica. Possiamo riassumere tali criticitĂ come segue: - concentrazione e saturazione – La scelta di concentrare un gran numero di cabine in un tratto di costa giĂ sotto pressione (come il litorale tra Quartu e Olbia) suggerisce una logica di rapiditĂ e comoditĂ logistica piuttosto che di distribuzione equa e minimizzazione dell’impatto;
- alternativa underground o onshore – Anche per coloro piĂą inclini alle mediazioni, sorprende, inoltre, la totale mancanza di proposte di adozione di soluzioni alternative, come l’interramento totale delle linee e delle cabine (ove possibile) o l’ubicazione delle stesse in aree onshore (piĂą interne) e giĂ industrializzate o compromesse, piuttosto che su aree costiere di pregio. Tali scelte, sebbene piĂą costose o logisticamente complesse, sarebbero almeno apparentemente coerenti con la tutela di un patrimonio unico come le coste sarde.
In buona sostanza, lo sbandierato obiettivo della transizione energetica viene perseguito a spese dell’ambiente e del paesaggio. L’installazione indiscriminata di cabine di trasformazione da Terra Mala a Pittulongu rappresenta un esempio di come l’infrastruttura “verde” possa paradossalmente portare a un inquinamento grigio (edilizio, industriale e visivo), minacciando l’identitĂ e il futuro sostenibile della Sardegna.
E, ora, puntiamo il nostro sguardo altrove: quali sono le localitĂ interessate a livello globale dallo stesso fenomeno che sta sollevando criticitĂ in Sardegna e quali sono le conseguenze negative che determina?
Mentre è difficile individuare una singola localitĂ famosa per un “disastro” specifico causato da una cabina (poichĂ© spesso i guasti gravi vengono risolti localmente), gli impatti negativi riscontrati in diversi litorali del mondo, e documentati in studi ambientali, sono esattamente quelli citati come rischio per le coste sarde.
Aree geografiche a rischio (Contesto eolico offshore)
Le regioni che hanno visto il maggior sviluppo di parchi eolici offshore e, di conseguenza, la necessitĂ di grandi sottostazioni costiere per la connessione alla rete, includono:
- Nord Europa (Regno Unito, Germania, Danimarca) – Queste nazioni hanno litorali in cui i cavi di grandi progetti come il Dogger Bank (UK) o quelli nel Mare del Nord devono atterrare, richiedendo grandi aree costiere per le sottostazioni. La critica si concentra spesso sull’impatto visivo, sull’occupazione del suolo e sui potenziali effetti sui fragili ecosistemi costieri e dunali;
- Stati Uniti (Costa Orientale) – Con progetti di energia eolica in rapida crescita (es. Vineyard Wind), si sono aperti dibattiti simili. Le comunitĂ locali e i gruppi ambientalisti sollevano preoccupazioni sull’impatto delle infrastrutture (cavidotti e sottostazioni) su spiagge, zone umide e siti storici.
Principali conseguenze negative documentate
Di seguito un elenco di problemi che sono stati riscontrati a livello internazionale quando le infrastrutture elettriche vengono installate sul litorale.
1. Inquinamento del suolo e idrico (Perdite)
Le cabine di trasformazione (soprattutto quelle piĂą vecchie o malamente manutenute) contengono trasformatori che utilizzano, come giĂ detto, olio dielettrico (idrocarburi) per l’isolamento e il raffreddamento.
- Conseguenza: in caso di rottura o guasto, vi è un rischio elevato di sversamento di questi fluidi tossici, che possono contaminare il suolo e, soprattutto nelle aree costiere con falde acquifere poco profonde, le acque sotterranee. Le normative piĂą recenti, anche in Italia, impongono l’uso di vasche di ritenzione proprio per mitigare questo rischio, che rimane la preoccupazione numero uno per l’ecosistema in caso di incidente.
2. Impatto visivo e consumo di suolo
Questo è l’impatto piĂą universalmente contestato, specialmente in aree turistiche.
- Conseguenza: le grandi strutture delle sottostazioni deturpano il paesaggio, modificando drasticamente l’impatto visuale del litorale. Inoltre, anche le cabine piĂą piccole necessitano di un’area recintata (spesso in cemento) che contribuisce al consumo di suolo e all’antropizzazione della fascia costiera, alterandone l’equilibrio ecologico e riducendone la capacitĂ di rigenerazione.
3. Inquinamento acustico e vibrazioni
Sebbene i moderni trasformatori siano progettati per essere piĂą silenziosi, l’operativitĂ (soprattutto dei sistemi di raffreddamento e degli apparati di commutazione) genera rumore.
- Conseguenza: l’inquinamento acustico, anche se minimo, può disturbare la fauna selvatica locale e, se le cabine sono troppo vicine a zone abitate o turistiche, può essere percepito come un fastidio costante per l’uomo.
Quindi, la preoccupazione in Sardegna non è solo teorica, ma si basa su un insieme di rischi ambientali, chimici e paesaggistici ben noti e gestiti a fatica in tutte le aree costiere del mondo che ospitano tali infrastrutture.
Meditate amministratori e faccendieri, meditate.
[1] https://www.unionesarda.it/news-sardegna/rinnovabili-cinquanta-cabine-di-trasformazione-nelle-spiagge-sarde-rkegi9rl














