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Lughes visita il museo Sonus de su mundu

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’48” con la voce di Ingrid)

di Lughes

Bentrovati amici di Lughes,

con la nostra troupe abbiamo nuovamente fatto tappa ad Assemini; questa volta la nostra destinazione è stata il museo Sonus de su mundu, all’interno del quale la nostra guida è stata Antonello. È sua la collezione di ben 820 strumenti musicali provenienti da tutto il mondo e che abbracciano un arco molto ampio di epoche storiche.

La collezione comincia con gli strumenti musicali che potremmo definire “occasionali” ovvero quelle creazioni, più o meno ingegnose, atte a produrre un qualche suono semplicemente per divertirsi oppure per spaventare o ancora per fare degli scherzi.

 

Si passa poi agli strumenti tipici della tradizione isolana, quelli ricavati da utensili da lavoro destinati a nuove vite e quelli legati al tempo trascorso al lavoro ed utilizzati sia per faticare che per “darsi un ritmo” e alleggerire così la fatica provata. Un esempio ben studiato da Antonello e dall’associazione musicale della quale è vice presidente e che ha contribuito a fondare, Boxis e Sonus, è quello de is cantos de su seratzu, ovvero quei canti tipici delle donne al lavoro tra farine e crusche che cantavano al ritmo di fruscii e cadenzati ticchettii utilizzando appunto il setaccio. Oggi, rievocare quei canti, può apparirci suggestivo, può calarci in atmosfere quasi cinematografiche ma, in realtà, si tratta del recupero di spaccati di vita vera e di identità lavorative che è pregevole non consegnare all’oblio storico.

Altrettanta attenzione storica è posta da Antonello nel cercare di ricostruire come siano nati e si siano evoluti cordofoni, idiofoni e strumenti a percussione come due kalimbe africane – anche dette sanze – delle quali ci fa apprezzare la differente fattura e, per conseguenza, il differente suono prodotto (i curiosi che ascoltando Kalimba de luna si sono sempre chiesti a che strumento si riferisse Tony Esposito possono andare subito a vederle nel nostro video; lo trovate a fine articolo).

 

Mano mano che procediamo nella nostra visita al museo veniamo introdotti ai segreti strutturali e costruttivi di ogni singolo strumento che, nel tempo, diviene via via supporto artistico e oggetto identitario delle etnie che l’hanno proposto e poi affinato. Tra tutti, a colpirci sono un paio di morin khuur, detti anche violini a testa di cavallo, cordofoni tipici della Mongolia nei quali corde e archetto sono realizzati con crine di cavallo e, sorprendentemente per dei profani, le note sono influenzate dal numero di crini utilizzati per ogni corda!

 

È poi meraviglioso ascoltare i tanti aneddoti che racconta Antonello e che descrivono come certi strumenti siano giunti a far parte della sua collezione per improbabili coincidenze orchestrate – è proprio il caso di dirlo – dal Destino. Se andate a trovarlo, fatevi raccontare, per esempio, di quella coppia di cordofoni che erano l’unico bagaglio di un rifugiato nel nostro Paese… Ora appartengono alla sua collezione perché il proprietario, senza sapere nulla di lui in anticipo, ha avvertito di poterglieli consegnare in sicurezza affinché fossero parte di una testimonianza preziosa.

Bene, a questo punto possiamo – ancora una volta – consigliarvi la visione del nostro video perché è là che vi mostriamo altri strumenti del museo che stanno sospesi tra l’arte sonora, l’artigianalità musicale e l’opera d’arte volta alla ricerca estetica.

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