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Caporetto Saudita

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’18” con la voce di Remy)

Gli Houthi hanno preso Mokha, si muovono verso le isole Hanish e sono ormai a ridosso di Bab el-Mandeb, uno dei colli di bottiglia del commercio mondiale. Nel frattempo colpiscono in profondità il territorio saudita con droni e missili. Il greggio ha superato i 100 dollari.
Mettiamo i due contendenti uno accanto all’altro. Da una parte una delle monarchie più ricche del pianeta, che per decenni ha comprato il meglio dell’arsenale occidentale. Dall’altra un movimento cresciuto in uno dei paesi più poveri del mondo, dentro una guerra che lo ha devastato. È Riyad, oggi, a inseguire. Magari Renzi se ne dispiace. Gli affari non vanno più bene.
Su questa storia ho un ricordo di prima mano. Da deputato fui primo firmatario della mozione che impegnava il Governo a sospendere l’export verso Arabia Saudita ed Emirati delle bombe d’aereo e dei missili impiegabili nella guerra yemenita. La Camera l’approvò il 26 giugno 2019: 262 sì, nessun contrario.
Le obiezioni le ricordo bene. Fermare quelle forniture significava perdere una commessa, danneggiare l’industria, mettere a rischio posti di lavoro. Quelle bombe uscivano anche dagli stabilimenti RWM di Domusnovas, e in Sardegna la discussione si fece durissima.
Oggi il conto si può fare. L’affare redditizio era un pezzo di un meccanismo che ha allungato una guerra, temprato l’avversario, rimesso in discussione due stretti da cui passa l’energia del mondo e lasciato l’Arabia Saudita più esposta di prima. E non si ferma a Sanaa: passa dai noli marittimi, dalla pompa di benzina, dai costi che le imprese scaricano sui prezzi. Arriva fino a qui.
Nelle guerre poche mani vendono molte armi. Per tutti gli altri restano un pessimo affare.
Vale la pena guardare oltre lo Yemen, perché la stessa contabilità corta è tornata su scala continentale. Il riarmo europeo viene presentato come una polizza assicurativa: si comprano sistemi, si promette di aumentare le percentuali di PIL mentre chiudono le industrie, e la sicurezza dovrebbe arrivare come conseguenza automatica. Ma le percentuali non sono una dottrina, e nessuno ha spiegato quale minaccia si stia dimensionando, con quale sistema di comando, dentro quale idea di guerra. La differenza rispetto al 2019 è la posta: allora bombe d’aereo verso un teatro periferico, adesso arsenali sui confini di potenze nucleari, con tempi di reazione compressi e catene decisionali che nessuno controlla realmente. Intanto il 7 agosto Arabia Saudita, Pakistan – potenza nucleare – e Turchia hanno firmato alla Mecca un patto di difesa comune: un attacco contro uno viene considerato un attacco contro tutti. Una fonte della sicurezza pakistana ha persino riferito a EFE che Islamabad starebbe valutando raid contro gli Houthi, ipotesi rispetto alla quale il governo pakistano ha però precisato che non è stata discussa alcuna risposta militare. Basta questo per capire il punto: è così che una guerra locale smette di essere locale.
La calenderia e la crosetteria assortita danno per scontato che dagli yemeniti non ci sia nulla da imparare. Sbagliano. La lezione la impareranno lo stesso, da qualcun altro, in condizioni peggiori e a prezzo più alto.

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