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Lo sentiamo ripetere in continuazione: il mondo del lavoro è cambiato. E, a parte il disorientamento che quest’affermazione provoca, la realtà è che elenchi di abilità e competenze da sviluppare per inserirle nel curriculum non fanno ancora la differenza. Perché il punto fondamentale della questione è capire cosa è cambiato. E quel cosa non è di poco conto, giacché è in esso che si racchiudono le delusioni dei giovani che si candidano a sfidare le proposte del mondo lavorativo. È facile, infatti, restare imbrigliati nella vecchia convinzione che studiare garantisca un buon posto di lavoro, magari esattamente inerente alla propria formazione. Ebbene, non è più così. Da una parte sono i giovani – tra Millenials e Gen Z – a richiedere maggiore flessibilità, dall’altra sono le aziende – sempre più dinamiche – ad aver esigenze diverse che in passato.
Studiare aiuta; anzi gli specialisti lo considerano ancora indispensabile ma, essendo il quotidiano lavorativo molto fluido e rapido nella propria evoluzione, ciò che fa la differenza è una grande adattabilità che deriverebbe dalla capacità di sapersi raccontare. È qui che entra in gioco la transilienza, una soft skill fondamentale che supera la semplice resistenza agli urti (resilienza) per abbracciare una vera e propria trasformazione continua.
Mentre la resilienza si focalizza sul “tornare al punto di partenza” dopo un evento stressante o un fallimento, la transilienza (dalle parole transizione e resilienza) implica l’apprendimento e la trasformazione derivanti dall’esperienza. Non si tratta solo di resistere, ma di evolvere attraverso le sfide, integrando i cambiamenti per emergere come una versione migliore, più competente e più adattabile di se stessi. In pratica, si tratta non di acquisire nozioni ma di saperle applicare a contesti differenti in modi creativi e pratici una volta consolidate.
Al posto del semplice “superare”, la transilienza suggerisce un “attraversare e cambiare”. Questo è particolarmente rilevante in un mercato del lavoro caratterizzato da:
- transizioni digitali ed ecologiche veloci;
- contratti di lavoro meno stabili e carriere non lineari;
- necessità di un apprendimento continuo (lifelong learning).
I Millennials (nati ca. 1980-1996) e la Generazione Z (nati ca. 1997-2010) sono cresciuti in un contesto di profonda instabilità, segnato da crisi finanziarie (2008), socio-sanitarie (COVID-19) e un senso di incertezza verso il futuro. Questa esposizione costante al cambiamento li ha, paradossalmente, resi la generazione predisposta alla costruzione e decostruzione costante. Ciò avrebbe ottimizzato di fatto la loro capacità di resilienza e, per estensione, di transilienza.
Vista dal punto di vista dei giovani, questa consapevolezza si manifesterebbe nel fatto che non cercano più solo un lavoro, ma uno stile di vita. Nelle loro priorità, la flessibilità (come smart working e orari flessibili) spesso supera la retribuzione e i benefit, segnalando una forte attenzione all’equilibrio vita-lavoro (work-life balance).
D’altro canto, per affrontare le richieste del mercato moderno, i giovani lavoratori devono sviluppare e applicare la transilienza attraverso:
- lo sviluppo di soft skills – Competenze come la gestione dell’incertezza, il pensiero critico, la comunicazione interpersonale e la capacità di imparare dagli errori sono considerate il fondamento del successo professionale. Tuttavia, alcune ricerche indicano proprio nelle soft skills, come la comunicazione interpersonale e la resilienza, le maggiori difficoltà per la Gen Z;
- la valorizzazione delle competenze personali – La transilienza si manifesta anche nella capacità di trasferire e valorizzare le competenze sviluppate in contesti esterni al lavoro (come hobby, ruoli familiari o volontariato) all’interno dell’ambiente aziendale, colmando il gap tra potenziale individuale e percezione aziendale.
Un elemento chiave in questo contesto è il mismatch tra giovani e imprese, che non riguarda solo le competenze tecniche ma, sempre di più, valori, linguaggi e aspettative. Le aziende con una cultura meno smart faticano a cogliere l’importanza della flessibilità e a gestire la convivenza tra generazioni con visioni diverse del lavoro. D’altro canto, anche tutti i giovani ancora ancorati all’equazione ferrea studio=lavoro faticano a farsi strada nel mondo del lavoro attuale. La sfida, per le aziende, è quindi quella di creare un ambiente che non solo richieda transilienza, ma che la supporti e la riconosca, offrendo percorsi di crescita che vadano oltre gli schemi tradizionali.
La transilienza è la nuova competenza cardinale per i giovani che si affacciano a un futuro lavorativo non pre-determinato. Non è una qualità innata, ma un processo continuo di apprendimento che necessita di essere supportato dalla formazione, dalle politiche attive e da un sistema aziendale che sia pronto ad accogliere e valorizzare la loro naturale inclinazione al cambiamento. La capacità di trasformare la crisi in opportunità è la vera chiave per il successo individuale e per la ripartenza del sistema Paese.
Fonti
https://startupitalia.eu/economy/lavoro/studia-sodo-e-vedrai-che-troverai-un-buon-posto-di-lavoro-perche-questa-promessa-non-basta-piu/
https://futuranetwork.eu/giovani-e-istruzione/703-2219/la-resilienza-dei-giovani-divisi-tra-paura-e-apertura-al-domani
https://www.agipress.it/giovani-e-lavoro-e-allarme-soft-skills-difficolta-nella-comunicazione-interpersonale/
https://fondazionepatriziopaoletti.org/blog/salute-mentale/cose-la-resilienza-lavorativa/
https://lifeed.io/la-transilienza-al-lavoro-come-valorizzare-le-competenze-personali-e-trasferirle-in-azienda/
https://www.quotidiano.net/economia/giovani-e-lavoro-cosa-chiedono-e-che-prospettive-hanno-la-ricerca-3a3be60c
https://therebelcompany.co/2023/03/17/chi-sono-i-giovani-e-perche-non-cercano-un-lavoro-ma-uno-stile-di-vita/














