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L’illusione del merito e il burnout

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 7’15” con la voce di Emma)

Per decenni, è stato il comandamento laico nelle case di milioni di famiglie: «Studia, impegnati e il successo arriverà da sé». Una promessa lineare, quasi matematica, che dipingeva il futuro come un distributore automatico dove inserire “sacrificio” per veder uscire “realizzazione”.

Oggi, quella promessa si è sbriciolata, lasciando dietro di sé una generazione – dai Millennial alla Gen Z – intrappolata in un burnout collettivo. Non è stata solo una bugia motivazionale; è stato un errore sistemico che ha scambiato la performance con il valore umano.

Il mantra si basava su un’economia che non esiste più. Negli anni ’70 e ’80, il titolo di studio era un passaporto garantito per l’ascesa sociale. Oggi, ci troviamo di fronte a un paradosso caratterizzato da:

  • inflazione dei titoli – La laurea è diventata il requisito minimo anche per posizioni entry-level;
  • stagnazione salariale – A fronte di competenze sempre più alte, il potere d’acquisto è rimasto al palo;
  • precariato strutturale – L’impegno non garantisce più la stabilità, ma solo il diritto di partecipare a un’altra competizione.

Il risultato? Il burnout: quando corri una maratona convinto che il traguardo sia a 42 km, ma ogni volta che ti avvicini qualcuno sposta la linea più avanti di altri 10, il corpo e la mente semplicemente mollano.

Perché questo mantra è tossico? Per diversi ordini di motivi che elencheremo in ordine sparso:

  1. la colpevolizzazione del fallimento – Se il successo dipende solo dall’impegno, allora il mancato successo è una colpa individuale. Così si ignora il peso del capitale sociale, della fortuna e delle reti di contatti.
  2. L’identità è legata al fare – Abbiamo imparato a definirci in base a cosa facciamo invece di chi siamo. Perciò, se non produciamo, sentiamo di non esistere.
  3. La “gabbia di vetro” della perfezione – L’ansia da prestazione inizia sui banchi di scuola e si trasforma in ansia da reperibilità perenne nel mondo del lavoro.

Ora, questo fenomeno non è solo una sensazione generazionale, ma è documentato da sociologi e psicologi. A tal proposito, potremmo citare:

  • Byung-Chul Han con “La società della stanchezza” – Il filosofo spiega come siamo passati dalla società del “dovere” a quella del “potere”. Non siamo più oppressi da un padrone esterno, ma siamo diventati “auto-sfruttatori” di noi stessi in nome della performance;
  • Anne Helen Petersen “Non ce la faccio più” – Nel suo saggio analizza come i Millennial siano diventati la “Burnout Generation“, cresciuti per ottimizzare ogni secondo della propria vita in funzione del curriculum;
  • Michael Sandel con “La tirannia del merito” – Il docente di Harvard smonta l’idea che il merito sia l’unico arbitro del successo, evidenziando come questa retorica crei arroganza tra i vincitori e umiliazione tra chi rimane indietro;
  • dati ISTAT e OCSE – Nei loro report mostrano costantemente la sperequazione tra l’elevata istruzione dei giovani italiani e la qualità (e retribuzione) dei lavori offerti, alimentando il senso di tradimento verso il patto sociale.

Uscire da questa narrazione richiede un atto di ribellione psicologica. Dobbiamo smettere di guardare alla carriera come all’unica misura di una vita ben riuscita. L’impegno ha valore, certo, ma non può essere un assegno in bianco firmato a scapito della salute mentale.
Il successo non è più (e forse non è mai stato) una linea retta. È tempo di sostituire il mantra del “fai di più” con quello del “stai meglio”. Questo perché, se il vecchio mantra “studia e avrai successo” era il motore a scoppio della società industriale, l’economia dell’attenzione e i social media sono diventati il carburante ad alto numero di ottani che ha portato quel motore a fondersi. Detto diversamente, la tecnologia ha trasformato un’aspettativa sociale in una gabbia psicologica perenne. Come?

  1. Con la fine del “Tempo Morto”
    Un tempo, dopo lo studio o il lavoro, esisteva il distacco. Oggi, l’economia dell’attenzione – il modello di business basato sul catturare ogni nostro secondo sveglio – ha eliminato i confini. Così assistiamo a:
  • la mercificazione del sé, ovvero non siamo più solo studenti o lavoratori; siamo “brand“. Dobbiamo curare il profilo LinkedIn, apparire brillanti su Instagram e restare aggiornati su X;
  • l’ottimizzazione del tempo libero perché anche il relax è diventato una performance. Leggere un libro non basta; bisogna fotografarlo per dimostrare di essere intellettualmente produttivi. Questo è il cuore del Burnout 2.0: non riposiamo mai perché il riposo non “appare” bene sui social.
  1. Con la vetrinizzazione del successo
    Il problema del mantra “studia e avrai successo” è che, sui social, il successo degli altri è filtrato, editato e costante. Le conseguenze sono:
  • un confronto asimmetrico – Ci confrontiamo non con i nostri pari, ma con le versioni “migliori” di migliaia di persone. Questo crea la sensazione di essere costantemente in ritardo;
  • la FOMO (Fear of Missing Out) – La paura di essere tagliati fuori ci spinge a dire di sì a ogni corso online, ogni webinar e ogni progetto extra, alimentando quella stanchezza cronica che Byung-Chul Han definisce come il collasso del “soggetto di prestazione”.

Come uscirne?
Per disinnescare questo meccanismo, non basta “lavorare di meno”. Serve una ristrutturazione cognitiva. Ecco alcuni passi pratici per passare dal fare all’essere:

  1. La Pratica del “JOMO” (Joy Of Missing Out)
    Invertire la FOMO. Imparare a godere del fatto di non essere ovunque e di non sapere tutto. Scegliere deliberatamente di ignorare certi stimoli per proteggere la propria energia mentale.
  2. Destrutturare il Merito
    Riconoscere che il successo è un mix di:
  • impegno (la parte che controlliamo);
  • circostanze (privilegio, salute, rete familiare);
  • caso (tempismo e fortuna).

Togliere il peso del 100% della responsabilità dalle proprie spalle riduce decisamente l’ansia da fallimento.

  1. Ripristinare i confini digitali
    Il burnout è spesso un problema di disponibilità infinita. Allora è necessario:
  • utilizzare la modalità “Non disturbare” in modo radicale;
  • trattare l’attenzione come una risorsa scarsa: se la dai a uno schermo, la togli a te stesso.

Dobbiamo, pertanto, passare da una società che premia l’iper-efficienza a una che valorizza la sostenibilità umana. Se il burnout è il sintomo di una società malata di performance, la cura è il ritorno alla “lentezza” e alla consapevolezza che il nostro valore non aumenta con l’aumentare della nostra produttività.

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