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Dal partito al creator: la fabbrica del politico-influencer

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“𝗕𝗿𝘂𝘁𝘁𝗲 𝗧𝗘𝗦𝗧𝗘 𝗗𝗜 𝗖𝗔𝗭𝗭𝗢, 𝗹𝗲𝗴𝗴𝗲𝘁𝗲 𝗾𝘂𝗶!”
Se questa frase vi ha fatto fermare anche solo per un attimo mentre scorrevate lo schermo, siamo già dentro l’argomento. Per anni ci siamo detti che Internet avrebbe cambiato il modo di fare propaganda. Abbiamo fatto meno caso a un effetto più profondo: la rete ha cominciato a cambiare il tipo di persone che arrivano al potere.
La storia non nasce dall’oggi al domani e non appartiene a una sola parte politica. Se mettiamo in fila Barack Obama, Beppe Grillo, Donald Trump, Javier Milei, la tedesca Heidi Reichinnek e i giovani deputati brasiliani eletti domenica, vediamo un’evoluzione a tappe.
Quando Obama vince nel 2008, il suo sito sembra fantascienza. I sostenitori si iscrivono, organizzano incontri nel quartiere, raccolgono piccole donazioni, telefonano agli indecisi. La rete serve a rafforzare la macchina sul territorio: il partito resta al centro, Internet gli dà più braccia.
In Italia, negli stessi anni, accade qualcosa di più radicale. Quando nascono i Meetup e poi il Movimento 5 Stelle, Grillo ha già un pubblico enorme: la fama costruita in televisione e nei teatri, e soprattutto un blog che dal 2005 è tra i più letti del Paese. Il partito arriva dopo, sopra una comunità di lettori che lo riconosceva già come la propria voce. Idee, regole e candidati escono dalle discussioni online, ma la scintilla è un seguito personale. Era il modello del creator, con dieci anni di anticipo, quando quella parola da noi non la usava nessuno.
Nelle primarie repubblicane del 2016 Ted Cruz aggiunge un altro tassello: i dati. La sua campagna, che lavora anche con Cambridge Analytica, profila gli elettori uno per uno e lancia un’app che assegna punti e premi a chi rilancia i suoi messaggi tra amici e contatti. In meno di dieci anni si passa dal volantino digitale alla schedatura dei gusti di ciascun elettore.
Il passaggio decisivo arriva con Donald Trump, che trasforma il politico in contenuto. Trump non usa i social per spedire la gente a leggere un programma o a iscriversi a una sezione. Ci vive dentro, nel flusso quotidiano delle notizie. Il suo messaggio smette di essere “votami” e diventa “seguimi”: seguimi mentre faccio colazione, guarda con chi litigo oggi, guarda come tratto quel giornalista, guarda il meme che mi sfotte e che io rilancio per farne propaganda. Il politico di una volta doveva interrompere la giornata delle persone con un comizio o un dibattito in tv. L’influencer politico ci si infila dentro e ci resta.
Javier Milei, in Argentina, dimostra che per sfondare sui social non serve buttare via le idee complicate. Si può prendere una teoria economica estremista da specialisti e farne uno spettacolo popolare. La motosega agitata nei comizi, le urla contro la casta, la lavagna da cui strappa uno dopo l’altro i cartellini dei ministeri da abolire: il programma c’è tutto, compresso in pillole video da girare su TikTok. Attorno a lui è cresciuto un piccolo universo narrativo, con eroi, traditori, nemici fissi e frasi celebri. Per capire da che parte stare non occorre aver letto un manuale di economia.

Sarebbe un errore pensare che il trucco funzioni solo a destra. All’inizio del 2025 la Linke tedesca sembrava finita. Poi Heidi Reichinnek, una delle sue figure di punta, è diventata un fenomeno: un suo intervento al Bundestag ha fatto il giro della rete, i suoi video su TikTok hanno conquistato una fascia di elettori giovanissimi, e il partito è risalito oltre l’otto per cento. Milei e Reichinnek non sono d’accordo su nulla, ma parlano la stessa lingua: frasi dirette, un volto che si riconosce al volo, una produzione continua di video brevi.
Si potrebbe concludere che la piattaforma sia un mezzo neutro, capace di portare indifferentemente liberismo e socialismo. È vero solo a metà. L’algoritmo non guarda le ideologie, ma ha gusti precisi in fatto di emozioni: premia quello che indigna, divide, provoca una reazione immediata. Chi ragiona con calma parte in svantaggio, a destra come a sinistra.
E le piattaforme hanno dei padroni. Nel gennaio 2021 Trump, ancora presidente degli Stati Uniti, fu sospeso da Twitter, Facebook e YouTube nel giro di pochi giorni. L’anno dopo Twitter passò a Elon Musk, che ne ha riscritto le regole a modo suo. Il politico-influencer sembra il padrone del proprio pubblico, ma lo tiene su un terreno in affitto, e il proprietario può cambiare la serratura quando vuole.
Per misurare la forza del meccanismo basta guardare al Brasile, dove si è votato domenica 4 ottobre. I due candidati alla Camera più votati, Nikolas Ferreira in Minas Gerais e Lucas Pavanato a San Paolo, entrambi del partito di Bolsonaro e cresciuti nella nuova destra digitale, hanno superato i tre milioni di voti a testa. Nessuno ci era mai riuscito nella storia del Paese. Ferreira ha trent’anni; quattro anni fa si era fermato a un milione e mezzo. Al terzo posto c’è Erika Hilton, della sinistra radicale del PSOL, con quasi un milione e seicentomila voti. Parliamo di montagne di schede vere, non di rumore da tastiera.
Il politico-influencer quasi mai prova a convincere chi la pensa diversamente. Gli interessa costruirsi una comunità di fedelissimi, e per tenerla unita lo scontro è uno strumento formidabile.
Per questo anche l’insulto diventa una scelta. Quando un politico offende, pensiamo che sia maleducato o che abbia perso le staffe. A volte sarà così, ma il più delle volte c’è un calcolo. Lancio una provocazione, gli avversari si indignano e rispondono con rabbia, l’algoritmo conta tutte quelle reazioni e spinge il mio video verso altre migliaia di persone. L’insulto traccia un confine e costringe a scegliere da che parte stare. L’elettore diventa un follower che impara, giorno dopo giorno, quali parole usare, chi deridere, di chi fidarsi.

La differenza con la vecchia televisione è enorme. Allora milioni di persone guardavano un leader, ciascuno da solo sul proprio divano. Oggi milioni di piccoli sostenitori ripubblicano il video, lo commentano, lo difendono, lo girano ai propri contatti. Ognuno diventa un pezzetto della macchina di propaganda.
In fondo a questo percorso cambia anche il ruolo del partito. Nel Novecento i partiti avevano le sezioni nei quartieri, i giornali, le scuole di formazione: prima costruivano la struttura, poi dentro quella struttura crescevano i dirigenti. Il creator fa il percorso al contrario. Prima apre la sua pagina, raccoglie migliaia o milioni di follower, stringe con loro un rapporto quasi personale e sceglie i suoi nemici. Solo quando ha accumulato abbastanza seguito fonda un movimento, raccoglie fondi e chiede il voto. Il capitale di follower viene prima dell’organizzazione.
L’Italia, con il Movimento 5 Stelle, lo ha sperimentato prima di tutti. E ne ha visto anche il lato più difficile: trasformare un pubblico in un’organizzazione capace di governare, selezionare una classe dirigente e durare nel tempo è un’impresa di tutt’altro genere rispetto a riempire una piazza o un blog.
Chi guarda la politica con gli occhiali di ieri rischia di prendere un abbaglio dopo l’altro. Un politico appare volgare, urla, dice cose che farebbero rizzare i capelli a un professore universitario, e si pensa che non andrà da nessuna parte. Ma una parte della classe politica oggi non si seleziona più nelle aule universitarie o nelle redazioni dei giornali. I social premiano altre qualità: la velocità, la presenza costante, la capacità di farsi riconoscere al volo e di radunare una tifoseria.
Questo non vuol dire che i partiti tradizionali siano morti, né che domani ci governeranno ragazzi che ballano su TikTok. La stessa Reichinnek ha affiancato ai video un lavoro enorme sul campo: i volontari della Linke hanno bussato a centinaia di migliaia di porte. La rete non cancella la vita reale. Però ormai arriva prima, e le dà un volto.
Se la frase con cui si apre questo articolo vi è sembrata brutta, o fuori posto in un discorso serio, avete ragione. Intanto siete arrivati a leggere fin qui.

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