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L’era della permacrisi digitale: perché la sfida tecnologica parte dai (e torna ai) genitori

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’13” con la voce di Emma)

Da circa vent’anni viviamo in un gigantesco esperimento sociale: privi – ovviamente – di libretti di istruzioni, abbiamo consegnato nelle mani di bambini e preadolescenti strumenti di una potenza senza precedenti, convinti che la “natura digitale” delle nuove generazioni fosse un anticorpo sufficiente contro ogni deriva. Oggi, però, il velo di Maya si è squarciato: i dati sul disagio giovanile, l’aumento dell’ansia e la frammentazione dell’attenzione ci dicono che non basta essere “nativi” per essere consapevoli.

L’avvento dello smartphone è coinciso temporalmente con quella che i demografi chiamano “permacrisi”: un’epoca di instabilità globale permanente, di fasi critiche precedute e seguite da fasi emergenziali, che hanno indotto a percepire il mondo esterno come ostile. In questo scenario, il digitale non è stato solo uno strumento, ma un rifugio apparente. I genitori, spesso spaventati dalle minacce fisiche della strada, hanno finito per chiudere i figli in una stanza, convinti che fossero al sicuro davanti a uno schermo.
Ma quella stanza non è una stanza e non ha pareti: è un varco aperto su un mercato dell’attenzione che trasforma i minori in prodotti e le loro emozioni in dati. Abbiamo scambiato la sicurezza fisica con un’esposizione psicologica totale, privando i ragazzi di tre ingredienti fondamentali della crescita: la noia, l’attesa e il silenzio.

Il vero nodo critico non è lo smartphone in sé, ma la delega educativa che gli abbiamo affidato, attraverso la quale il dispositivo è diventato, spesso, un anestetico per gestire i momenti di stanchezza o i capricci, o un modo per non far sentire il figlio diverso dal gruppo dei pari. Tuttavia, educare significa anche avere il coraggio di porre degli argini.

Se non permetteremmo mai a un bambino di dieci anni di guidare un’auto nel traffico, perché gli permettiamo di navigare senza filtri nei flussi caotici dei social network? La distinzione tra avere 8, 12 o 16 anni è enorme in termini di sviluppo neurobiologico. La capacità di gestire le frustrazioni, di distinguere la realtà dalla rappresentazione prestazionale dei social e di proteggere la propria privacy non è innata; va costruita nel tempo, con la presenza (e non solo la sorveglianza) dei genitori.

La proposta di limitare l’accesso agli smartphone e ai social sotto una certa soglia di età (i 14 o i 16 anni, come suggerito da molti esperti tra cui Alberto Pellai) non è un oscurantismo tecnologico. Al contrario, è un atto di libertà. Dire di NO a un oggetto significa dire di Sì alla relazione, al gioco libero, alla lettura, al confronto faccia a faccia.

Ripartire dai genitori significa allora tre cose:
1. l’esempio – Non possiamo chiedere ai figli di staccarsi dallo schermo se noi stessi siamo i primi a consultare le notifiche durante la cena;
2. l’alleanza – I genitori non devono essere lasciati soli. Serve un patto tra famiglie e con la scuola per normalizzare l’attesa e non far sentire esclusi i ragazzi che ricevono il telefono più tardi;
3. il recupero dell’immaginazione – La tecnologia oggi, con l’intelligenza artificiale generativa, rischia di sostituire il pensiero critico e l’immaginazione. Il compito educativo è proteggere quello spazio sacro dove il bambino impara a creare il suo mondo, prima che il mondo digitale gliene consegni uno già confezionato.

Non è troppo tardi per invertire la rotta. La consapevolezza che sta maturando nella società e nelle istituzioni è il primo passo. Ma la vera partita si gioca in casa, nel quotidiano recupero di una “presenza” che la tecnologia spesso sbiadisce. Solo se torniamo a essere figure autorevoli capaci di guidare, e non solo di fornire dispositivi, potremo permettere ai nostri figli di abitare il futuro senza esserne prigionieri.

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