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Dalla neofilia al misoneismo: la tragica parabola discendente della partecipazione alla vita politica

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 7’41” con la voce di Ingrid)

Era il 2009: la crisi economica globale destabilizzava il nostro geode, l’Italia faceva i conti con il disastroso terremoto dell’Aquila e Barack Obama era il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti d’America. Insomma, un periodaccio che, nondimeno, strizzava l’occhio alla novità. In quello stesso anno venne fondato, con proditoria benevolenza del Destino, il Movimento 5 Stelle; più che un partito un progetto. Sì, perché 17 anni fa è ufficilamente iniziato il viaggio che ha condotto l’interesse politico popolare dal sedicente “nuovo a tutti i costi” – altrimenti definibile come neofilia estrema – al “rifiuto del nuovo per principio” – altrimenti definibile come misoneismo politico -; più in concreto, con esso intendiamo il rifiuto netto per ogni nuova proposta politica. In pratica, quello che chiamiamo genericamente sfiducia e che si traduce in scarsa partecipazione alla vita politica e al voto.

Ma come siamo arrivati a tale e tanta disillusione e chiusura difensiva?

È presto detto. Il primo dato sul quale riflettere si riscontra nel fatto che il M5S si presentò come il partito della disintermediazione – pertanto indipendente -, del “web 2.0” e della rottura degli schemi. La generica e vaga partecipazione dal basso, nonché l’idea che chiunque potesse fare politica, erano presentate dal nuovo partito, ed introiettate dal potenziale elettorato, come la panacea contro il ristagno della “vecchia politica”. Ad esse si unì una potente componente utopica: “l’estrema fiducia nella” e “l’erronea interpretazione della” tecnologia come strumento democratico. Un po’ come affermare che la “vecchia politica” era vittima delle debolezze umane e la tecnologia poteva esserne l’antidoto, traslando furbescamente dalla polis, intesa quale luogo di vita pubblica, al web – la piazza virtuale – ciò che attiene al vivere comune, al vivere in città, colà dove risiedono i cittadini. Città per definizione luogo e non meta-luogo, intendendo con quest’ultimo un luogo senza dimensioni ovvero un luogo non fisico, non tangibile, non esperibile direttamente con i cinque sensi. Insomma, l’antidoto ad un’umanità politica poco savia risiedeva, per questi “innovatori”, nell’introduzione di un medium non umano, asettico e tecnico che contagiò le squadre di governo stesse con gli ormai noti governi tecnici (prima del terzo millennio, quasi come antipasto, si ebbe un unico precedente tecnico e nato per ragioni di portata interna; niente a che fare con la crisi del debito sovrano e con la gestione della pseudopandemia).

Proseguendo con il M5S, se ricordate, la piattaforma Rousseau venne spacciata come l’innovazione radicale che avrebbe dovuto sostituire la farraginosa, stantia e polverosa macchina parlamentare. Nulla di più lontano dal vero, poiché l’innovazione va insegnata non imposta, altrimenti rischia di accedervi chi ha già gli strumenti per farlo. E questo avvenne, poiché tanti, poco avvezzi alla tecnologia, rimasero esclusi da questa presunta democraticità del mezzo tecnologico. Peggio, ciò generò per un verso un senso di rabbia per il sentirsi non partecipi a causa di una forzatura, e per l’altro verso senso di colpa per non essere all’altezza della proposta degli innovatori. Che aberrazione!

E, infatti, ciò portò dritti dritti verso un deleterio punto di rottura. Si osservi, al proposito, che il misoneismo (dal greco misos, odio, e neos, nuovo) subentra quando l’innovazione fallisce o si trasforma in ciò che combatteva. Quando il Movimento 5 Stelle è entrato nelle stanze del potere ha calato la maschera adottando i compromessi, le liturgie e le alleanze tipiche dei partiti tradizionali. Per molti elettori abbagliati dai miraggi della prima ora, vedere il “nuovo” comportarsi come il “vecchio” ha generato un profondo senso di tradimento.

Oggi, una parte consistente di quell’elettorato non cerca più una “nuova proposta”, ma guarda con sospetto a qualsiasi cambiamento, rifugiandosi in quello che abbiamo definito misoneismo politico e facendo divenire sistemica la sfiducia, poiché, se anche il “nuovo” per eccellenza è fallito, allora ogni novità è percepita come una minaccia o un inganno. Il meccanismo, dal punto di vista psicologico, è molto simile alla metathesiofobia, ovvero quel processo di autoprotezione tipico delle specie viventi, che ci induce a preferire il familiare piuttosto che arrischiarci al cambiamento. L’elettorato rimane così bloccato in un sistema politico disfunzionale ma noto e, dunque, percepito come più controllabile rispetto al nuovo. Il nuovo che, in passato, tanto ha deluso e mortificato aspettative e progetti.

Cosa accade allora?

Il primo dato rilevabile è che l’elettorato si rifugia nel conservatorismo difensivo; ovvero preferisce l’immobilismo o il ritorno a valori passati (anche di sedicente matrice sovranista o identitaria) piuttosto che rischiare di assegnare fiducia ad un’ennesima rivoluzione che si teme deludente, sebbene sostenuta da argomentazione tutt’altro che deboli. Pertanto il misoneismo politico non è solo apatia; è una scelta di rigetto verso l’innovazione istituzionale, ovvero verso l’idea che si ha del  sistema politico. Tale rigetto è alimentato dal trauma delle speranze deluse e inizialmente fortemente idealizzate. Il trauma è, anche etimologicamente, una ferita; si configura, perciò, come uno strappo, una divaricazione tra il desiderato e l’esperito. Il trauma ripetuto genera paura; di più, dobbiamo immaginare questa paura come dolore: tante ferite moltiplicano il dolore e/o ferite tormentate a più riprese non cicatrizzano. Quindi l’elettore, temendo il trauma, allontana il potenziale dolore, ovvero non partecipa alla vita politica. Nel perimetro concettuale edificato non esistono “balsami”, non esiste cura, così ci si rifugia nel non voto o nel voto familiare.

In estrema sintesi, riprendendo il punto di vista manipolatorio insito in chi veste la pelle dell’agnello ma nasconde le sembianze del lupo, il passaggio dal nuovo all’impossibilità di credere che esista il nuovo ha seguito una traiettoria incredibilmente lineare poiché si è passati dal pensiero implicito che Il nuovo ci salverà, alla constatazione di un adattamento spacciato inizialmente per scardinamento del sistema dall’interno e divenuto normalizzazione, sintetizzabile con Dobbiamo cambiare temporaneamente per restare, fino al tragico pensiero odierno, Nulla cambierà mai, diffida da chi ci prova o prova a fartelo credere.

Scardinare questo schema di pensiero ormai consolidato è faccenda che richiede impegno poiché, dal punto di vista dell’elettore, bisogna mettere in campo pazienza, attitudine all’incorporazione di conoscenza, accettazione della stessa come genuina e affidabile, e rinnovato senso di autoefficacia che stimoli ad approfondire ciò che non è familiare; dal punto di vista politico, è necessaria la solida contrapposizione non banalmente al sistema ma agli schemi di pensiero del sistema. Pertanto, dal punto di vista politico, è determinante una nuova cultura della polis che ridefinisca interpreti, ruoli e, per conseguenza, libertà d’azione. Dunque abbiamo tutti il nostro bel daffare per costruire un’Italia nuova, forte, indipendente e sovrana.

Vi segnaliamo che, tramite SPID/CIE, è già possibile apporre la propria firma per la proposta della legge d’iniziativa popolare sulla neutralità dell’Italia in Costituzione. Clicca qui per firmare con lo SPID/CIE

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