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Stato padrone, concorrenza sleale e discriminazione al contrario: come le politiche dei governi penalizzano i lavoratori italiani
Il quadro della gestione dei flussi migratori e delle politiche del lavoro in Italia e in Europa rivela, a un’attenta analisi economica e normativa, una serie di scelte politiche miopi e paradossali. Sotto la facciata di una presunta solidarietĂ o della necessitĂ economica, i governi che si sono succeduti negli anni hanno strutturato un sistema di incentivi, sgravi e fondi pubblici che finisce per penalizzare pesantemente i cittadini italiani, creando una vera e propria forma di concorrenza sleale istituzionalizzata.
1. Il baratro dei modelli: la fermezza dei Paesi del Golfo contro il lassismo europeo
Mentre l’Europa e l’Italia continuano a farsi carico di un sistema di accoglienza universale e totalizzante a spese del contribuente, Paesi ricchissimi geograficamente e culturalmente piĂą vicini ai flussi migratori — come le monarchie del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti) — applicano regole rigidissime e prive di sconti.
In quei contesti vige il sistema della Kafala, dove l’accesso è subordinato a un garante lavorativo privato, non esistono diritti di asilo politico di tipo occidentale, non c’è welfare per i non residenti e la perdita del lavoro comporta l’espulsione immediata a spese del migrante. In Europa, al contrario, si è optato per un modello in cui lo Stato si accolla interamente i costi di vitto, alloggio, assistenza legale e sanitaria, gravando su bilanci pubblici spremuti da una pressione fiscale insostenibile.
2. Il falso mito della raccolta agricola e l’alibi dei “pomodori”
Per giustificare l’ingresso continuo di manodopera non qualificata, la politica e i media utilizzano ciclicamente la narrazione retorica secondo cui i migranti sarebbero indispensabili per salvare l’agricoltura e raccogliere i pomodori nei campi.
I dati di istituti ufficiali come l’ISMEA e l’Istat smentiscono clamorosamente questa favola: la raccolta del pomodoro da industria è ormai quasi interamente meccanizzata. Al Nord la meccanizzazione sfiora il 100%, mentre al Sud supera il 95%. Continuare a ripetere la storiella della manodopera manuale nei campi serve solo a coprire interessi economici ben specifici, ignorando la realtĂ tecnologica del settore primario.
3. Corsie preferenziali e manodopera a costo quasi zero: il paradosso dei fondi pubblici
Il vero cortocircuito risiede nelle politiche attive del lavoro e nei bandi finanziati dallo Stato e dall’Unione Europea. Attraverso strumenti come i fondi FAMI (Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione) e programmi specifici di inserimento (come i tirocini extracurriculari finanziati), le aziende possono attingere a manodopera la cui indennitĂ mensile non pesa sul bilancio d’impresa ma viene coperta dai contribuenti.
A ciò si aggiungono, sul fronte delle assunzioni stabili, i pesanti sgravi contributivi e le decontribuzioni (introdotte e rimodulate da vari governi, a partire dalla Legge di Bilancio 2018 e dai successivi interventi normativi), che garantiscono risparmi di migliaia di euro all’anno per ogni lavoratore assunto attraverso questi canali preferenziali.
4. Il danno inflitto ai lavoratori italiani: una discriminazione paradossale
Il risultato pratico di questo sistema di incentivi pubblici è devastante per i cittadini italiani, in particolare per quel milione e mezzo di disoccupati e lavoratori precari stritolati da contratti a termine, agenzie interinali e salari da fame.
Mentre un lavoratore italiano o locale deve essere assunto a pieno costo per l’azienda — gravato da oneri fiscali e previdenziali interamente a carico — l’imprenditore trova enormemente piĂą conveniente attingere ai canali superfinanziati dallo Stato, risparmiando migliaia di euro sui costi vivi.
Ci troviamo di fronte a un paradosso inaccettabile: i governi che si sono succeduti negli anni hanno creato un sistema normativo che, nei fatti, discrimina i propri cittadini. Si utilizzano i soldi delle tasse versate da chi lavora in Italia per finanziare concorrenti agevolati, estromettendo i lavoratori locali anche dalle mansioni piĂą umili e calpestando il principio di equitĂ sociale ed economica.















