🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’41” con la voce di Remy)
Il 17 giugno 2025 pubblicavo questo pezzo. Credo sia di estrema attualità ed è un antidoto contro molte fesserie che stanno circolando.
Buona lettura!
La prima pagina di oggi del quotidiano ‘la Repubblica’ è uno spartiacque. Non si tratta di un titolo esagerato, ma di un preciso segnale culturale e politico: “Uccidere Khamenei”, in caratteri gridati, è qualcosa che va ben oltre la cronaca. È una legittimazione della guerra d’aggressione, dell’omicidio politico, della disumanizzazione selettiva. È una frase che in altre epoche avrebbe fatto inorridire le coscienze. Oggi invece, con inquietante naturalezza, si presenta come realismo geopolitico.
Nel mondo capovolto di questa informazione atlantista e totalmente prona al Sionismo Reale, le parole non descrivono più i fatti: li fabbricano. Se un giornale occidentale può titolare come legittima possibilità l’assassinio del capo supremo di uno Stato sovrano, allora significa che la guerra totale non è più un tabù. È diventata una scelta politica accettabile.
Il titolo non è tra virgolette per distanziarsene, bensì per farne lo strillo principale della giornata. Viene usato il verbo “uccidere” con una leggerezza tabloid per riferirsi alla massima autorità di uno Stato sovrano. È un atto che – se rivolto, ad esempio, a un presidente occidentale – sarebbe considerato impensabile, scandaloso, criminale. Invece qui diventa quasi un’esortazione o un “pensiero strategico”. Anche se, c’è da dire, il giornale degli Elkann fu indecente nella colpevolizzazione della vittima nel caso di Robert Fico, il premier slovacco ferito gravemente un anno fa in un attentato. Ma Fico, certo, non era abbastanza occidentale per Repubblica e fogli simili.
Chi legge, recepisce come “naturale” che si possa assassinare un capo di Stato straniero se “nemico” dell’Occidente.
La frase ripresa da Netanyahu – “Abbiamo il controllo dei cieli. Senza l’Ayatollah la guerra finisce” – è un’espressione glaciale che ‘la Repubblica’ assume nel proprio titolo senza distacco, senza condanna, senza filtro. Se un giornale arabo scrivesse “Uccidere Netanyahu”, il mondo urlerebbe al terrorismo. Qui invece la stessa formula diventa una proposta strategica, addirittura un’apertura diplomatica: togliete di mezzo l’uomo e tutto si sistema. Uno schema che ha già generato una catena di disastri: Stati distrutti, massacri, migrazioni bibliche. Ma ancora non gli basta.
In gioco non c’è solo Khamenei. In quel volto, in quel turbante, c’è l’identità religiosa, culturale e politica di milioni di persone. Che piaccia o no, per molti l’Ayatollah è un punto di riferimento spirituale, una guida, un simbolo di resistenza. Chi non è disposto nemmeno a comprendere perché tanti lo considerino tale, non capisce il mondo e non capisce nemmeno sé stesso.
Lo diceva con la consueta grazia obliqua Franco Battiato, in un verso sfuggente e mai del tutto spiegabile:
“L’Ayatollah Khomeini per molti è Santità. Abbocchi sempre all’amo.”
È un monito a non farsi ingannare dalle semplificazioni. A non fidarsi dei riflessi automatici dell’informazione occidentale, che trasforma i suoi nemici in mostri e i propri crimini in azioni difensive.
Quel “abbocchi sempre all’amo” è rivolto a chi, leggendo titoli come quello di oggi, non si accorge della brutalità in cui è immerso, della propaganda che lo guida, dell’etnocentrismo feroce che chiama “pace” solo quella imposta con la minaccia delle armi.
Il titolo di Repubblica è uno strappo non solo al giornalismo, ma alla convivenza internazionale, al senso stesso di umanità plurale. È un residuo coloniale che ci parla da un mondo in cui le democrazie liberali non sono più capaci nemmeno di fingere di dialogare, ma solo di colpire. E dove l’eliminazione fisica dell’altro è spacciata per soluzione geopolitica.
Non è un caso isolato. È una tendenza crescente: l’informazione si militarizza, si fa megafono di poteri che non hanno più freni, e prepara l’opinione pubblica a guerre “inevitabili”. A poco a poco, ci tolgono anche la capacità di indignarci, di leggere il mondo con occhi diversi, di capire che ci sono altri modi di esistere, di pensare, di credere.
Chi oggi ha il coraggio di restare umano, deve denunciare questa deriva. Deve rifiutarsi di abboccare all’amo.
E deve ricordare, con Battiato, che la verità non è dove grida più forte il potere, ma dove c’è silenzio, dubbio, profondità, sguardo sull’altro.
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