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The Polar Silk Road

di Kaspar Nu

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’26” con la voce di Ingrid)

La Cina ha ufficialmente definito la Groenlandia come una tappa fondamentale della sua “Via della Seta Polare” (Polar Silk Road), un’estensione della Belt and Road Initiative che mira a sfruttare lo scioglimento dei ghiacci per creare rotte commerciali piĂą brevi tra Asia ed Europa.

Ecco come Pechino sta cercando di tessere la sua tela sull’isola e perchĂ© questo sta scatenando un vero e proprio “terremoto” diplomatico tra Washington e Copenaghen.

  1. Nel 2018, la Cina si è auto-definita uno “Stato quasi-artico”. «In che senso?» direte voi. Be’, pur essendo geograficamente lontana dal Polo Nord, Pechino sostiene di avere diritti sulla governance della regione a causa degli impatti climatici e del potenziale economico. (Sic!)

L’obiettivo? Diventare una “grande potenza polare” entro il 2030.

La Cina sta, infatti, investendo massicciamente in rompighiaccio ad alta tecnologia. Nel 2025, la nave container Istanbul Bridge è stata la prima a completare la rotta polare dalla Cina al Regno Unito in soli 20 giorni, quasi la metà rispetto alla rotta del Canale di Suez!

  1. La Cina ha tentato più volte di entrare in Groenlandia attraverso la porta principale: le infrastrutture civili. Pechino si era, per esempio, offerta di finanziare ed espandere tre aeroporti internazionali in Groenlandia (Nuuk, Ilulissat e Qaqortoq). Il progetto è stato bloccato solo dopo un intervento diretto del governo danese, sotto forte pressione degli Stati Uniti, che temevano (conoscendo bene se stessi) che gli aeroporti potessero essere convertiti per uso militare.

Ma la Cina non si è scoraggiata… Ci sono stati tentativi di acquistare una base navale abbandonata (Grønnedal) e di costruire stazioni satellitari di ricerca. Sebbene presentati come progetti scientifici, l’Occidente teme il loro “dual-use“, ovvero civile e militare/d’intelligence.

  1. La vera “arma” cinese in Groenlandia è, però, la competenza tecnica nel settore minerario. Dovete, infatti, sapere che la societĂ  cinese Shenghe Resources detiene una quota importante nel progetto Kvanefjeld, uno dei piĂą grandi depositi di terre rare e uranio al mondo.

Anche se il governo groenlandese ha temporaneamente bloccato l’estrazione per motivi ambientali, la Cina rimane il partner tecnologico quasi obbligato, possedendo le infrastrutture di raffinazione che l’Occidente ancora non ha…

  1. L’attivismo cinese ha risvegliato Washington. Se nel 2019 l’offerta di Donald Trump di “comprare la Groenlandia” era stata accolta con derisione, oggi la strategia americana è diventata estremamente seria. Ecco perchĂ© gli Stati Uniti hanno riaperto un consolato a Nuuk e offrono pacchetti di aiuti economici per “competere” con i capitali cinesi.

Nel gennaio 2026, le tensioni sono altissime. Gli USA considerano la Groenlandia parte della propria “sicurezza interna”. La Danimarca si trova stretta tra l’incudine (la sovranitĂ  nazionale e i rapporti commerciali con la Cina) e il martello (la pressione militare americana).

Alla luce di quanto detto, s’impone la seguente riflessione: la Groenlandia sta, in tutta evidenza, cercando di usare l’interesse cinese come leva per ottenere una maggiore indipendenza economica dalla Danimarca, ma rischia di passare da una dipendenza “coloniale” europea a una dipendenza finanziaria asiatica.

Benvenuti nella guerra per l’Artico.

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