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Se il tonno vale più della vita dei pescatori

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 11’03” con la voce di Emma)

Mentre il Mediterraneo si ripopola, le piccole marinerie del Sud Italia affondano sotto il peso della burocrazia europea e di un governo che, a parole, difende il “Made in Italy” ma nei fatti polverizza le quote sacrificando gli artigiani del mare a vantaggio dei colossi industriali.

C’è un’immagine che più di ogni altra racconta il cortocircuito che sta uccidendo la piccola pesca artigianale nel Sud Italia. È quella di un marinaio che, a largo delle coste sarde o calabresi, issa a bordo un tonno rosso di oltre cento chili. Il pesce è imponente, ma è già morto, stroncato dallo stress della cattura dopo essere rimasto agganciato al palamito. Il pescatore non esulta. Guarda l’orizzonte con rabbia e apprensione, poi, con un colpo di sbottonatore (chiamato anche in dialetto sbuttonatore o slamatore), lo spinge di nuovo in acqua, restituendolo alle correnti. Nutrito per i gabbiani, sottratto ai mercati, negato alle tavole del Paese.

Non è un atto di sensibilità ecologica. È pura e semplice paura. Tenere quel pesce a bordo, senza possedere una delle blindatissime “quote” rilasciate dalle autorità, significa rischiare sanzioni pecuniarie da capogiro, il sequestro delle attrezzature e, nei casi più gravi, la revoca della licenza.

L’Europa dei paradossi e l’inganno del “Frazionamento” italiano

Siamo di fronte al più grande fallimento della Politica Comune della Pesca (PCP) di Bruxelles. Da un lato, l’Unione Europea impone l’obbligo di sbarco per evitare lo spreco del pesce rigettato. Dall’altro, il rigidissimo sistema dei TAC (Totale Ammissibile di Cattura) e delle quote impedisce ai piccoli pescherecci di commercializzare le catture accidentali (by-catch). Se superi le percentuali minime consentite dalla legge, quel pesce diventa automaticamente un reato.

Tecnicamente, secondo il diritto europeo, il pescatore non potrebbe ributtarlo in mare se il pesce è soggetto a quote, ma la burocrazia italiana ha reso la consegna alle autorità un percorso a ostacoli così punitivo che la maggior parte dei marinai si ritrova costretta a rischiare l’illegalità pur di liberarsene subito.

Ecco come funziona davvero questo meccanismo perverso.

  1. Cosa dice la legge UE – L’Obbligo di Sbarco

Dal 2015, l’Unione Europea ha introdotto l’obbligo di sbarco (landing obligation). La norma è nata con una buona intenzione teorica: vietare i rigetti in mare (discard) per evitare lo spreco di risorse ittiche.

Secondo questa regola, se un peschereccio cattura accidentalmente del tonno rosso o del pesce spada oltre la sua quota (o senza avere la quota), dovrebbe teoricamente portarlo a terra, dichiararlo e sbarcarlo.

Tuttavia, la legge specifica che:

  • il pesce sbarcato in eccedenza non può essere venduto dal pescatore per il consumo umano commerciale  (altrimenti tutti pescherebbero oltre la quota scusandosi con il by-catch);
  • può essere ceduto solo per scopi non commerciali (es. beneficenza, banchi alimentari) o scopi scientifici.
  1. Il muro della burocrazia italiana – Perché i pescatori lo buttano

Se la legge dice di portarlo a terra, perché allora i pescatori continuano a ributtarlo in mare (spesso già morto)? Per tre motivi fondamentali legati alla gestione burocratica in Italia:

  • Il rischio di sanzione immediata – Se un piccolo peschereccio entra in porto con un tonno rosso a bordo e non ha la quota individuale (o l’ha già esaurita), la Guardia Costiera – applicando rigidamente il decreto nazionale – non vede un “pescatore onesto che consegna il pesce”, ma vede un illecito amministrativo. Dimostrare la totale accidentalità della cattura per evitare la maxi-multa (da 1.000 a 6.000 euro) e la decurtazione dei punti sulla licenza è un calvario legale.
  • I tempi e i costi della burocrazia – Per sbarcare legalmente un tonno in eccedenza, il pescatore deve attivare una procedura complessa: chiamare le autorità prima di entrare in porto, compilare registri speciali, attendere gli ispettori della Capitaneria e i veterinari dell’ASL per certificare l’idoneità del pesce. Per una piccola imbarcazione, questo significa bloccare la barca per ore, perdere la giornata di lavoro e, spesso, dover pagare di tasca propria i costi di conservazione o smaltimento se le associazioni di beneficenza locali non possono ritirarlo immediatamente.
  • L’assurdità del limite percentuale – In Italia, la tolleranza per le catture accidentali (by-catch) per chi non ha la quota principale è limitata a percentuali bassissime sul totale del pescato giornaliero. Se un piccolo pescatore cattura 30 kg di alici e un tonno da 150 kg, il tonno supera del 500% il peso delle altre specie. Portarlo a terra significa autodenunciarsi per pesca illegale.

La conseguenza: il “rigetto fantasma”

Davanti a questo scenario, la reazione del pescatore è dettata dall’istinto di sopravvivenza economica: sapendo che portare il pesce morto a terra significa infilarsi in un incubo di controlli, verbali e potenziali sequestri, il marinaio preferisce compiere il “rigetto fantasma” e sganciare il pesce dall’amo o dalla rete prima di entrare nelle acque portuali lasciandolo affondare in mare aperto, lontano da occhi indiscreti.

È così che la legge europea (nata per azzerare gli sprechi) e l’applicazione italiana (fatta di sanzioni sproporzionate per i piccoli) ottengono l’effetto opposto: tonnellate di ottimo pesce vengono distrutte in segreto, pur di non finire nella rete della burocrazia di terra.

Ma la responsabilità non si ferma a Bruxelles. Le politiche nazionali dell’attuale esecutivo hanno trasformato una situazione già critica in una beffa acrobatica. Il governo Meloni ha sbandierato come una grande vittoria sindacale il piano triennale varato con il Decreto Direttoriale del MASAF del 1° aprile 2026 sulla campagna di pesca del tonno rosso. Il provvedimento ha effettivamente innalzato il contingente nazionale italiano a ben 6.182 tonnellate annue, sbandierando l’assegnazione per la prima volta di “quote bersaglio” alla piccola pesca costiera (SSCF).

Una mossa propagandistica che, grattata la superficie, nasconde un’amara verità: la polverizzazione sistematica della risorsa. Aprendo i registri a un numero enorme di piccole imbarcazioni senza un reale incremento proporzionale delle tonnellate complessive destinate al settore, lo Stato ha spacchettato la fetta in micro-briciole. Come evidenziato dai regolamenti ministeriali, a molte piccole aziende sono state assegnate quote individuali ridicole, comprese tra appena 1 e 1,5 tonnellate all’anno per barca. Significa poter pescare legalmente appena 5 o 10 esemplari di medie dimensioni in un intero anno. Una volta esaurita questa mini-quota nei primi giorni della stagione, per i restanti dieci mesi dell’anno scatta il divieto assoluto.

Grandi multinazionali protette, artigiani criminalizzati

Mentre i piccoli pescatori tradizionali affogano nella burocrazia e dividono le briciole, la fetta della leonessa della quota nazionale (oltre il 70% delle oltre 6.100 tonnellate complessive) rimane saldamente blindata e nelle mani di una ristretta oligarchia industriale: le grandi tonniere a circuizione. Sono le grandi potenze economiche del mare ad avere le praterie legislative per fare profitto, mentre a chi pratica la pesca artigianale e sostenibile viene negato il diritto al lavoro.

«Il mare è pieno di tonni e pesci spada, come non si vedeva da trent’anni», racconta un vecchio pescatore di Sant’Antioco, sul litorale sulcitano. «Le politiche di ripopolamento hanno funzionato, ma oggi per noi è diventato statisticamente impossibile calare un amo senza che abbocchi un tonno. Non siamo noi che andiamo a cercarli, sono loro che cercano le nostre esche. Eppure, le nostre istituzioni, che a parole difendono i lavoratori italiani dalle oppressioni dell’Europa, firmano decreti che ci lasciano con le mani legate».

La ghigliottina delle sanzioni: quanto rischia un pescatore?

Il quadro repressivo è spietato. Secondo la legislazione italiana in vigore – basata sul riordino del sistema sanzionatorio introdotto dal D.Lgs. n. 4/2012 e successive modifiche – pescare quantità superiori a quelle autorizzate per ciascuna specie, o pescare in periodi vietati (come dopo l’esaurimento della propria micro-quota), fa scattare sanzioni amministrative pecuniarie durissime.

La multa base per chi detiene, trasborda o sbarca specie sotto tutela senza quota o oltre i limiti va da un minimo di 1.000 euro a un massimo di 6.000 euro. Tuttavia, la legge prevede che quando gli illeciti amministrativi abbiano specificamente ad oggetto specie protette e monitorate a livello internazionale come il tonno rosso e il pesce spada, le sanzioni subiscano un aumento fino alla metà o un terzo della pena. In caso di violazioni gravi o reiterazione, la sanzione pecuniaria può schizzare dai 12.000 fino ai 50.000 euro. A questo si aggiunge l’obbligo delle sanzioni accessorie inderogabili: la confisca immediata di tutto il pescato e delle attrezzature di bordo (reti o palamiti), la decurtazione dei punti sulla licenza di pesca e, nei casi più gravi, la sospensione o revoca definitiva della licenza di navigazione, privando di fatto un’intera famiglia della propria unica fonte di reddito.

L’estate calda dei sequestri e del mercato nero

Quando la legalità imposta dall’alto diventa insostenibile, lo spettro dell’illegalità rischia di trasformarsi in una disperata valvola di sfogo. Con l’inizio della stagione calda e la migrazione dei grandi pelagici, le coste del Mezzogiorno sono diventate teatro di una militarizzazione senza precedenti. I controlli della Guardia Costiera si sono intensificati, portando a un boom di sequestri.

Da Porto Torres a Portopalo di Capo Passero, le cronache registrano tonnellate di tonno rosso e pesce spada confiscate. In alcuni casi si tratta di bracconaggio, ma in molti altri sono pescherecci regolari costretti a tentare il tutto per tutto: sbarcare il pesce di nascosto, di notte, per rivenderlo sottobanco e riuscire così a coprire i costi esorbitanti del carburante e delle manutenzioni. Un mercato nero di sussistenza, alimentato dalla disperazione di chi si vede trattato da criminale mentre i giganti industriali prosperano.

Senza una revisione profonda che sottragga i diritti di pesca ai monopoli industriali e senza una deroga che permetta la vendita controllata e tracciata del pesce pescato morto accidentalmente, la piccola pesca artigianale del Sud Italia è destinata a scomparire. Cancellata da un’Europa distante e tradita da una politica nazionale che preferisce tutelare i fatturati dei colossi industriali piuttosto che la sopravvivenza del proprio popolo del mare.

Il grande business del sushi e la beffa del “braccialetto” ICCAT

Se la burocrazia europea e le micro-quote nazionali non fossero sufficienti a stringere il cappio al collo dei nostri pescatori, a terra si consuma l’ultimo atto di una farsa burocratica internazionale. Si chiama eBCD (electronic Bluefin Tuna Catch Document), il sistema telematico di tracciabilità imposto dall’ICCAT (la Commissione Internazionale per la Conservazione dei Tonnidi).

Per i pescatori artigianali del Mediterraneo, questo si traduce in un obbligo quasi poliziesco: ogni singolo tonno rosso issato a bordo deve essere immediatamente marchiato sulla coda con un sigillo inamovibile in plastica, un vero e proprio “braccialetto” numerato con codice a barre. Senza quel pezzo di plastica e la relativa registrazione digitale – che tra intermediari, cooperative e pratiche di filiera genera costi di gestione pesantissimi, stimati dai pescatori in una tassa indiretta che incide per circa 3 euro al chilo sul valore del pesce – il tonno è considerato fuorilegge. Un reato da codice penale.

Qui, però, emerge il paradosso più vergognoso della globalizzazione alimentare. Mentre il tonno rosso del Mediterraneo – il più pregiato al mondo – viene blindato, iper-tassato e reso inaccessibile alle piccole aziende locali, i ristoranti e le grandi catene di sushi (soprattutto i colossi del All You Can Eat) vengono invasi da tonnellate di pesce straniero. Si tratta del tonno oceanico (come il Pinne Gialle o il Tonno Obeso), pescato nell’Oceano Indiano o nel Pacifico da imponenti flotte industriali battenti bandiere asiatiche o sudamericane.

Queste specie oceaniche viaggiano esenti dai vincoli draconiani dell’ICCAT e non hanno alcun obbligo di braccialetto sulla coda. Arrivano nei porti europei congelate, a prezzi stracciati, con standard di tracciabilità infinitamente più blandi e senza aver dovuto subire la caccia alle streghe burocratica imposta ai marinai di casa nostra.

L’effetto finale è una distorsione di mercato spaventosa: le istituzioni costringono i consumatori italiani a mangiare pesce decongelato proveniente dall’altro capo del mondo, mentre il tonno rosso freschissimo dei nostri mari viene respinto, vietato, buttato via o gravato da costi di certificazione che lo tagliano fuori dal mercato quotidiano. Un capolavoro di burocrazia che non protegge l’ambiente, ma distrugge l’economia locale a vantaggio delle multinazionali dell’import-export.

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