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Carl Schmitt e la critica alla guerra giusta

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 5’18” con la voce di Emma)

Chi dice umanitĂ , cerca di ingannare.

Carl Schmitt (citando Proudhon)

Continuiamo la nostra panoramica sui pensatori che si sono occupati della guerra a partire dai loro background formativi; oggi parliamo di Carl Schmitt.

Nel panorama della filosofia politica e del diritto del Novecento, pochi autori hanno analizzato la transizione degli equilibri geopolitici con la luciditĂ  e la radicalitĂ  del giurista tedesco. Al centro della sua riflessione internazionalistica – espressa magistralmente in opere come Il concetto discriminatorio di guerra (1938) e Il nomos della terra (1950) – si colloca una dura e profonda critica al ritorno della dottrina della “guerra giusta” o justa causa belli.
Per il politologo di Plettenberg, l’apparente progresso morale insito nel voler bandire o criminalizzare il conflitto nasconde in realtĂ  la premessa per la peggiore delle catastrofi: la guerra totale di annientamento.

Per comprendere l’ostilitĂ  di Schmitt verso la “guerra giusta”, bisogna fare un passo indietro all’ordine geopolitico nato dopo la Guerra dei Trent’anni e consolidatosi con la Pace di Vestfalia (1648).

Quell’ordine, definito dal giurista jus publicum europaeum, aveva compiuto un miracolo giuridico: la limitazione della guerra.

Prima di Vestfalia, l’era delle guerre di religione medievali e confessionali era dominata dal concetto teologico e morale di “giusta causa”: chi combatteva lo faceva in nome della VeritĂ  assoluta, e il nemico non era un semplice avversario, ma un infedele, un eretico, il Male incarnato.

Il diritto interstatale moderno ha superato questa logica spostando il focus dal contenuto morale (justa causa) alla forma giuridica (justus hostis o nemico giusto). Dunque:

  • gli Stati sovrani si riconoscevano reciprocamente come entitĂ  politiche legittime e di pari dignitĂ ;
  • il conflitto diventava una sorta di duello regolato tra gentiluomini. Non si combatteva per estirpare il peccato o criminalizzare l’altro, ma per risolvere una disputa territoriale o dinastica;
  • poichĂ© il nemico era legittimo e non “malvagio”, il conflitto poteva concludersi con un trattato di pace e un’amnistia generale.

Questo equilibrio è crollato definitivamente nel XX secolo, in particolare con il Trattato di Versailles (1919) e l’istituzione della SocietĂ  delle Nazioni. Sotto l’impulso dell’universalismo liberale (incarnato soprattutto dall’approccio anglo-americano), il diritto internazionale ha reintrodotto una forte componente morale e umanitaria.
Schmitt definisce questa svolta come l’avvento del “concetto discriminatorio di guerra” perchĂ© la guerra non è piĂą un fatto politico inevitabile tra Stati sovrani, ma diventa un crimine contro la pace, un’aggressione alla moralitĂ  universale o ai diritti umani.

L’errore fatale, secondo Schmitt, risiede nel fatto che se la guerra viene dichiarata “ingiusta” in senso assoluto, lo Stato che la intraprende smette di essere un justus hostis (un nemico legittimo) e si trasforma in un criminale, in un mostro fuori legge, in un “nemico dell’umanitĂ ”.

La tesi piĂą provocatoria e attuale di Schmitt è che la squalifica morale del nemico produce l’effetto opposto a quello sperato dai pacifisti liberali: anzichĂ© eliminare i conflitti, li rende infinitamente piĂą brutali. Infatti, quando si combatte una “guerra giusta” in nome dell’umanitĂ  e di valori universali non-politici, le limitazioni giuridiche dello jus publicum europaeum decadono. PerchĂ©? Il motivo è che:

  • contro un criminale o un “barbaro” non si può negoziare una pace di compromesso. Dunque l’unico esito logico è la resa incondizionata, la sottomissione o l’annientamento fisico e politico;
  • le azioni belliche vengono ribattezzate “operazioni di polizia internazionale” o “interventi umanitari”. Chi si oppone all’ordine universale non fa una guerra, ma commette un’infrazione che va punita;
  • paradossalmente, l’ideologia che vuole abolire la guerra finisce per giustificare l’uso dei mezzi piĂą distruttivi e disumani (come i bombardamenti a tappeto sui civili o l’uso di armi di distruzione di massa), perchĂ© impiegati per una causa “suprema” contro il male assoluto.

L’analisi di Carl Schmitt sul concetto di guerra giusta, sebbene elaborata nel secolo scorso e gravata dalle pesanti ombre delle sue scelte politiche personali (l’adesione al nazismo negli anni ’30), offre ancora oggi una chiave di lettura potente per decifrare la geopolitica contemporanea.
Il giurista ci ricorda che la pretesa di eliminare la categoria del “nemico politico” in nome di un’unica morale universale universalmente vincolante non produce la pace perpetua. Al contrario, spiana la strada a guerre permanenti e asimmetriche, dove la retorica umanitaria rischia di diventare lo strumento ideologico prediletto per giustificare la distruzione totale di chi si oppone al modello dominante.

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