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Pulizia dell’immagine su Wikipedia e Google

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 7’10” con la voce di Emma)

di Kaspar Nu

Oggi, lo sappiamo, l’informazione digitale è un campo di battaglia. Se un tempo la reputazione si costruiva con uffici stampa e comparsate televisive, ai giorni nostri la difesa dell’immagine si combatte su due fronti principali: Wikipedia, l’enciclopedia “libera” che Google adora, e la SERP (Search Engine Results Page), ovvero la prima pagina dei risultati di ricerca.

Considerati, dunque, Wikipedia e SERP come due scenari di fronteggiamento, le tecniche di manipolazione utilizzate sono, in sintesi, quattro:

  • l’uso di account multipli per simulare un consenso su una modifica controversa nei contenuti di Wiki;
  • spingere contenuti positivi (o neutri) per far scivolare quelli negativi in seconda o terza pagina su Google;
  • sovrascrivere continuamente una voce finché gli amministratori non “congelano” la pagina (spesso sulla versione preferita dal manipolatore);
  • pagare delle agenzie per gestire voci di Wikipedia in modo che sembrino neutrali ma siano in realtà promozionali.

In pratica, la sfida all’ultimo dato da dare in pasto all’opinione pubblica si sposta sui Large Language Models (LLM); perché, se un’AI viene addestrata su dati manipolati, restituirà risposte distorte senza che l’utente veda mai la “fonte” originale. La pulizia dell’immagine non passerà più solo per la modifica di un paragrafo, ma per l’inquinamento sistematico dei set di dati di addestramento.

Ciò chiarito, di seguito vi propongo un esame dei casi più clamorosi in cui il confine tra “curatela dell’immagine” e vera e propria manipolazione della realtà è stato superato.

  1. Lo scandalo Bell Pottinger e il Sudafrica

Era il 2017 e l’ormai fallita agenzia di PR britannica Bell Pottinger fu assunta dalla potente famiglia indiana dei Gupta per distogliere l’attenzione dalle accuse di corruzione che la legavano all’allora presidente sudafricano Jacob Zuma. L’agenzia creò, all’uopo, centinaia di account fake su Wikipedia per modificare le voci relative alla famiglia Gupta e ai loro critici. La manipolazione non riguardava solo i fatti, ma cercava di fomentare tensioni razziali per dipingere i Gupta come vittime del “capitalismo monopolistico bianco”. L’iniziativa di Pottinger fu, però, talmente aggressiva e sistematica che l’agenzia finì per essere espulsa dall’associazione di categoria PRCA e chiuse i battenti poco dopo.

  1. La “scomparsa” dei risultati su Google

Mentre su Wikipedia si cambia il testo, su Google si cerca di far sparire il link. In Europa, personaggi noti hanno spesso abusato del diritto all’oblio. Il caso limite è stato quello di diversi banchieri coinvolti nella crisi finanziaria del 2008 che hanno richiesto la rimozione di articoli di giornale dai risultati di ricerca legati ai loro nomi, sostenendo che tali informazioni fossero “irrilevanti” o “obsolete”. Va detto, tuttavia, che spesso il tentativo di nascondere una notizia attira più attenzione della notizia stessa. Quando un politico tenta di de-indicizzare uno scandalo, la notizia del “tentativo di censura” finisce per dominare i risultati di ricerca, quello che si chiama effetto Streisand (nome originato da una controversia che Barbra Streisand ebbe con un fotografo californiano).

  1. Il caso Jeffrey Epstein: l’industria della filantropia tossica

Prima dell’arresto definitivo e della morte nel 2019, Jeffrey Epstein ha condotto una delle campagne di manipolazione dell’immagine più sofisticate del XXI secolo. L’obiettivo era trasformare un predatore sessuale condannato (nel 2008) in un “filantropo della scienza”. Epstein pagò agenzie di PR per inondare il web di articoli commissionati su siti di pseudo-notizie che lodavano le sue donazioni al MIT e ad Harvard. Questi contenuti, ottimizzati per i motori di ricerca, servivano a spingere i reportage giudiziari del 2008 oltre la seconda pagina di Google, rendendoli “invisibili” all’utente medio. Molte modifiche alle sue biografie online enfatizzavano il suo ruolo di “sostenitore della ricerca sulle cellule staminali” o di “finanziatore di premi Nobel”, usando la filantropia per creare un’identità digitale alternativa che oscurasse i crimini commessi.

  1. L’Occidente tra politica e finanza

In Europa e negli Stati Uniti, la manipolazione spesso arriva direttamente dagli uffici governativi o dalle sedi dei partiti, un fenomeno tracciato da bot che monitorano gli indirizzi IP istituzionali. Ad esempio, il Parlamento del Regno Unito è stato più volte al centro di scandali per modifiche effettuate da IP della Camera dei Comuni. Nel 2014, furono rimosse parti critiche dalle biografie di diversi parlamentari riguardanti lo scandalo delle note spese o dichiarazioni omofobe passate. Anche dirigenti di alto profilo di aziende come Facebook o Uber sono stati accusati di aver incaricato agenzie specializzate per “ripulire” le sezioni relative alle critiche sulla privacy o alle violazioni dei diritti dei lavoratori nelle loro pagine Wikipedia, spesso attraverso account apparentemente indipendenti che però operavano in modo coordinato. Nondimeno, molti miliardari della Gilded Age moderna (dall’era clintoniana ad oggi) utilizzano il diritto d’autore per far rimuovere foto poco lusinghiere o documenti imbarazzanti da Google attraverso il DMCA (Digital Millennium Copyright Act), abusando di una legge sul copyright per fini di censura dell’immagine.

  1. La Francia e il “droit à l’image“, ovvero il diritto al controllo dell’utilizzo delle proprie immagini

In Europa, la Francia è uno dei paesi più attivi nell’utilizzare le leggi locali per forzare la mano ai giganti tecnologici. Diversi ex ministri francesi hanno fatto ricorso ai tribunali per chiedere la de-indicizzazione da Google di articoli che trattavano vecchi scandali legali o personali/sessuali, sostenendo che la permanenza di tali dati nei primi risultati di ricerca costituiva un danno sproporzionato alla loro vita attuale.

E questo era l’ultimo esempio che ho voluto proporvi, ovviamente si tratta di un ‘elencazione molto poco esaustiva e l’argomento è amplissimo. Tuttavia, possiamo ben concludere dicendo che la manipolazione dell’informazione nell’Occidente democratico è più sottile di quella dei regimi autoritari e che, solitamente, non si basa sulla cancellazione totale (difficile in un sistema a stampa libera), ma sull’offuscamento. L’obiettivo non è far sparire la verità, ma renderla difficile da trovare, seppellendola sotto una montagna di contenuti irrilevanti, tecnicismi legali e modifiche burocratiche. Così, casi come questi dimostrano che il denaro può comprare un “passato alternativo” digitale, almeno finché la realtà non diventa troppo ingombrante per essere ignorata dagli algoritmi.

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