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Escursione DSP del 22 marzo: una domenica da favola

  1. 🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 10’47” con la voce di Ingrid)

Avete presente una di quelle giornate che iniziano con una tabella di marcia certa, una di quelle giornate in cui tutto sembra preordinato e prevedibile e poi, come in certe favole, i programmi cambiano inaspettatamente e le pagine si scompaginano; eppure, il lieto fine è là che attende solo che sfogliamo il penultimo foglio? Ecco, durante l’escursione DSP del 22 marzo le cose sono andate proprio così. E, allora, mettetevi comodi perché il resoconto di quella che per noi è stata una favola sta per cominciare…

C’erano, domenica, cinque bimbi e tredici adulti, diciotto protagonisti in tutto. Cionondimeno, un tredici è sempre un tredici… per i più superstiziosi. «E il Tredici al Totocalcio?» direte voi. Vero, ma stavolta in gioco c’era soltanto un pronostico; più che un Tredici un Testa o Croce: «Pioverà o non pioverà?» … «Non pioverà; il meteo è confortante». Questa era la nostra convinzione solidissima.

E, allora, dopo l’incontro consueto alle 9:30 presso il parco cittadino di Settimo San Pietro, noto come Sa Terra de Sa Cresia, e l’immancabile pausa ristorativa a base di tisane, caffè, risate, corse tra i giochi e qualche “timida” leccornìa, la nostra allegra comitiva si è diretta nella vicina Sinnai per raggiungere il Museo del Cervo Sardo.

In cielo, un sole raggiante ad illuminare l’aria ancora frizzantina di una giornata tutta da vivere. Tra noi e il museo, qualche curva, verdi paesaggi da cartolina, una strada sterrata in salita e, finalmente, il cancello della caserma dell’Agenzia Forestas che presidia l’area. Ad accoglierci Efisio: indosso una mimetica su fondo color kaki, sul capo un tubolare rosso e il volto che pareva emerso da un murale raffigurante un bonario amico di paese al quale tutti si rivolgono quando hanno bisogno di una chiacchierata spensierata. E proprio questo ci ha regalato Efisio, una bella chiacchierata condita di una battuta di seguito all’altra, come se fossimo suoi amici da sempre.

A seguire, eccoci varcare la soglia del museo accolti dal simpatico e preparatissimo Ovidio, la nostra guida lungo il virtuale percorso di familiarizzazione con l’ambiente dell’areale del cervo sardo.

Il museo è stato un incanto fin dall’ingresso che ci ha accolti con strepitosi dipinti delle dimensioni di un uomo medio in posa vitruviana, solo che al centro non c’era l’uomo ma il cervo, uno di quegli animali che, da sempre, incarnano suggestioni magiche. E la prima cosa che ci ha spiegato Ovidio, neanche il suo nome evocasse direttamente Le Metamorfosi di Publio Ovidio Nasone, è stato il fascino da tempo immemore suscitato dal re degli ungulati. Il cervo, infatti, muta lungo le stagioni perdendo i propri palchi per rigenerarli sempre più maestosi. In questo periodo dell’anno, in particolare, passeggiando lungo la colonia naturale dei Sette Fratelli è possibile trovare sul terreno, confusi con la vegetazione, i palchi caduti. Veri e propri capolavori della natura che è pure possibile portare con sé come ricordo della visita all’areale. Uno dei tre presenti nel sud Sardegna. Il nostro cervo, come tutti gli endemismi isolani, ha dimensioni più contenute rispetto, ad esempio, al cervo europeo ed è da sempre stato rappresentato nelle protomi delle note navicelle nuragiche e delle spade proprio perché emblema di rigenerazione e forza. Addirittura, quale animale totem, la pelle del cervo veniva indossata durante riti propiziatori.

Ovidio, però, ha fatto di più; non ci ha raccontato solo del cervo, ci ha raccontato del bosco, della sua vegetazione arbustiva, degli alberi robusti, delle cortecce sugherine ruvide e preziose – in passato utilizzate anche per creare comode arnie per laboriose apine -, dei suoi abitanti furbi, del loro mimetismo, dei loro versi caratteristici, delle loro abitudini e delle loro peculiarità come la funzione da accabadora della cerambice o il rumorismo della ghiandaia capace di imitare versi canini e felini e, udite udite, la voce umana! E, ancora, Ovidio ci ha raccontato della commestibilità delle giovani foglie della salsapariglia e della protezione offerta ai tronchi delle piante dall’edera. Ma, mentre ce lo raccontava, la nostra generosa guida ha fatto prendere vita a tutto ciò che descriveva, così l’aquila reale maschio è divenuta l’emblema del vigore e della destrezza messa al servizio della conquista dell’aquila femmina, il picchio è diventato un utile spazzino contro i parassiti dei tronchi, il ghiro ha assunto le sembianze di un favoloso abitante dei fusti scavati, martore e furetti si sono trasformati in sagaci amici dei boschi, le cornacchie in temibili e fastidiose predatrici, gli uccellini di tante variopinte specie che popolavano un diorama ci hanno parlato della cattiveria dell’uomo e hanno denunciato il bracconaggio. E tanto, tanto davvero, ci ha raccontato il nostro Ovidio sulle volpi cacciate neanche ci trovassimo alla corte inglese, sulle trappole-fucile in grado di gambizzare un uomo, sui potenti cinghiali dalla dura cotenna in grado di limitare la potenza mortifera di una fucilata, sul più piccolo mammifero terrestre, il toporagno, e sulle tante altre curiosità relative ai velli degli animali e al rapporto tra crescita disfunzionale ed asimmetrica dei palchi e deformazioni ossee dei cervi. Ci ha raccontato poi del loro bramito in amore, della loro peculiare corsa, del loro rapporto aggressivo con le piante e di tanto tanto tanto altro. Ed ogni dettaglio si animava nel suo intercalare diretto ai bimbi che ha rapito anche noi adulti. Non eravamo dentro un museo, eravamo dentro una fiaba e venivamo condotti per mano da un narratore appassionato e colto che ci mostrava il bello del bosco tenendoci lontani dai pericoli. Al termine del tour museale ci siamo ritrovati sorridenti, felici, grati e beati come bimbi prima della nanna. Ma la nostra giornata di scoperte non era ancora terminata. Anzi, eravamo appena all’ora di pranzo. Ed è stato a quel punto che la giornata è parsa mutare: il cielo soleggiato e la temperatura mite hanno lasciato il posto a plumbei nuvoloni, pioggia e brusco calo della temperatura. La primavera è, in breve, sfumata nell’autunno e il nostro pranzo-pic nic stava assumendo i contorni di un frugale pasto in auto. Attorno a noi, nel parco, era un fuggi fuggi verso le auto o verso luoghi più riparati. I più avveduti avevano recato seco dei tendoni e li stavano installando da un cofano all’altro delle auto. In quella frenesia da temporale improvviso, noi ci scambiavamo perplessi sguardi increduli. Che fare? Era sia il pensiero che la domanda che, con ridondanza, rimbalzava tra i nostri ragionamenti. Affrontare la pioggia e il freddo non pareva una buona idea, con i bimbi al seguito men che meno, poiché avrebbe significato raffreddore assicurato e vacanza forzata dalla scuola. No, l’opzione era da rigettare. E allora? Allora era necessario trovare una soluzione alternativa e…, come in tutte le favole degne di questo nome, ecco il fulmen in clausula, la soluzione inaspettata, la salvezza di una giornata che pareva dover dare per perduta la propria prosecuzione in comitiva. Di là dall’area boschiva adibita a pic nic abbiamo scorto una costruzione in legno! Aveva l’aria accogliente ma era chiusa. «Poco male», abbiamo commentato sulle prime poiché aveva una spiovenza lungo tutta la lunghezza sufficiente per metterci al riparo dalla pioggia e consentirci di pranzare tutti assieme. Salvi allora? Be’, in realtà la Fortuna aveva ancora la cornucopia carica e, grazie alla fortuita apertura di una finestra, alcuni dei nostri sono riusciti ad avviare un’opportuna interlocuzione con il “custode” di quello che abbiamo appreso essere uno spazio predisposto per essere adibito ad usi didattici. Lo scambio di battute con il gentile forestale che si trovava all’interno ha fatto sì che lo spazio ci venisse concesso per imbandire la nostra festosa tavola per il pranzo e addirittura ci è stata data l’opportunità di accendere un bel fuoco per riscaldarci. Il tutto in cambio di imprescindibile buona e sacrosanta educazione, ovvero restituire il salone pulito e in ordine. Niente di più semplice, dal momento che eravamo in tanti, volenterosi e con acqua, scope e paletta a disposizione.

Al termine del pranzo, i bimbi hanno potuto giocare con il pallone da calcio, rincorrersi e, assieme agli adulti, fare una passeggiata nell’orto botanico di Maidopis. La pioggia non ci ha concesso margini maggiori e ha ridotto il nostro tempo di visita, motivo per il quale non ci è stato possibile fare la conoscenza di nessuno dei reali abitanti della colonia, cionondimeno le ore trascorse in visita al parco sono state letteralmente favolose; il luogo pareva incantato, ogni angolo incorniciato da una bellezza suggestiva e, a tratti, persino deliziosamente romantica. La conclusione della giornata in compagnia è stata davanti ad una calda tazza di thè, tra biscotti, scambi di impressioni e nuove proposte escursionistiche che ci hanno accompagnato verso un finale di serata lieto, con il cuore colmo di gioia e l’animo pieno di bei ricordi che ci terremo dentro per lungo tempo, forse per tutta la vita. Ci siamo così avviati ognuno verso le rispettive dimore e, uno dopo l’altro, abbiamo sfogliato le ultime pagine della nostra bella fiaba marzolina fino al finale di giornata con su scritto Buonanotte. Non “Fine” ma proprio “Buonanotte”, perché nessuna favola termina con l’ultima parola; le favole proseguono nei sogni. Proprio per questo il mattino dopo ci si sveglia sereni e riposati. Proprio come è successo a noi. Parola di escursionisti DSP 😉.

Ah, un’ultima cosa; vi starete chiedendo di quel “tredici” che pareva strizzare l’occhio alla superstizione. Be’, mettiamola così: è stata la nostra vincita senza necessità di giocare la schedina.

L’appuntamento è, allora, alla prossima escursione!

 

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