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Pet disease mongering

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’31” con la voce di Ingrid)

Qualche mese fa, ho notato che uno dei miei mici si strappava i peli sul fianco sinistro. Ho pensato che potesse essere stressato dalla presenza di qualche nuovo gatto che circolava in giardino, ma ho potuto appurare che non c’erano nuovi gatti in giro. Così ho provato ad informarmi sul suo strano comportamento e ho scoperto che esistono cibi appositi per curare l’allergia dei mici a certuni alimenti. Detto diversamente, certi alimenti per gatti causano allergie e dermatiti (e va bene, può capitare) e si possono “curare” con altro cibo per gatti, oltre che con preparati specifici. Non è stupefacente, penserete voi. Sì, ma la prima cosa che ho osservato è stata che i miei gatti non hanno cambiato alimentazione; anzi, questo in particolare è piuttosto selettivo nei gusti. Così, mi sono chiesta: e se il disagio dermatologico fosse voluto e/o agevolato?

Partendo dalla considerazione che l’amore che proviamo per i nostri animali domestici è spesso incondizionato, e le aziende del settore lo sanno eccome, mi si è accesa una lampadina e ho scoperto che, negli ultimi anni, tra veterinari e proprietari di pet, si è iniziato a parlare di un fenomeno controverso: il pet disease mongering. Ma di cosa si tratta esattamente e come possiamo proteggere i nostri compagni a quattro zampe (e il nostro portafoglio)? Me lo sono chiesta una volta di piĂą dopo che ho letto il report della dottoressa Gatti sui tessuti di bovini dichiarati deceduti per dermatite nodulare e che, invece, presenterebbero tracce anomale di assorbimento di metalli.

Ecco cosa è emerso dal mio approfondimento sul fenomeno.

Il termine disease mongering giĂ  lo conosciamo (su questo blog gli abbiamo dedicato degli articoli). In sostanza, indica la pratica di ampliare i confini diagnostici di una patologia esistente, o di promuoverne di nuove, con l’obiettivo principale di vendere farmaci, integratori o test diagnostici. In ambito veterinario, questo si traduce nel trasformare comportamenti naturali o lievi squilibri legati all’etĂ  in vere e proprie “condizioni mediche” che richiedono interventi costanti.

Esattamente come accade per gli esseri umani, le strategie piĂą comuni includono: trasformare un cane pigro in un cane “depresso” o un gatto anziano in un paziente con “sindrome da declino cognitivo” senza una diagnosi differenziale rigorosa. Oppure si possono promuovere test diagnostici costosi e non sempre necessari su animali giovani e sani, inducendo uno stato di ansia costante nel proprietario. E, dulcis in fundo, si possono spingere trattamenti farmacologici (come quelli antiparassitari) con frequenze o dosaggi che talvolta superano le reali necessitĂ  biologiche o i rischi ambientali specifici. Pensate, dunque, a quanto è conveniente per le multinazionali indurre condizioni patologiche, o presunte tali, nei nostri amici a quattro zampe…

E pensateci una volta di più considerando che il mercato del pet care è esploso. L’“umanizzazione” degli animali ha reso i proprietari disposti a spendere cifre considerevoli per la salute dei propri “figli pelosi”. Le grandi case farmaceutiche intercettano questo bisogno emotivo attraverso:

  • pubblicitĂ  ad hoc che colpiscono il lato emotivo, mostrando animali sofferenti per convincere il proprietario che un determinato farmaco sia l’unica via per la felicitĂ  del pet;
  • il finanziamento di molti studi clinici o congressi veterinari da parte delle stesse aziende che producono i farmaci, rischiando di influenzare i protocolli suggeriti dai professionisti.

Che dire? Non si tratta di diventare sospettosi verso ogni consiglio del veterinario ma, come sempre, di sviluppare un senso critico. Ecco alcuni consigli:

  • se viene proposto un nuovo farmaco o un test, chiedere: «Quali sono i rischi se non lo facciamo?» o «Esistono alternative meno invasive?»
  • valutare il contesto, perchĂ© un cane o un gatto che vivono in un appartamento in cittĂ  hanno rischi diversi da uno di loro che caccia nei boschi. Il piano sanitario deve essere personalizzato, non standardizzato;
  • infine, è necessario osservare il proprio animale da compagnia perchĂ© nessuno lo conosce meglio del proprietario. Se il “sintomo” descritto non influisce sulla qualitĂ  della sua vita, bisogna valutare bene prima di iniziare terapie croniche.

Naturalmente, detto ciò, la collaborazione con un veterinario di fiducia resta fondamentale, ma è importante che il rapporto sia basato sulla trasparenza e non sulla paura.

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