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Musica tra spiritualità ed occultismo

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La musica, nella storia umana, non è mai stata considerata una mera forma di intrattenimento. Fin dalle sue origini, è stata vista come un linguaggio universale e una forza vibratoria capace di connettere l’essere umano con una realtà che trascende il quotidiano, sia essa intesa come il Divino (spiritualità) o come le Energie Nascoste (occultismo).

Nonostante le evidenti differenze di scopo e dottrina, spiritualità e occultismo condividono un terreno comune nell’uso del suono; esso è, infatti, visto come un potenziale agente di trasformazione interiore e come veicolo per l’accesso al trascendente.

Il punto di convergenza più profondo tra il sacro e l’esoterico si trova nell’antichità classica, in particolare nel pensiero di Pitagora dal quale ricaviamo che la musica non è casuale ed è, piuttosto, la manifestazione terrena di un ordine superiore, codificata in rapporti matematici precisi (2:1, 3:2, ecc.). Dunque, che l’obiettivo sia la preghiera o il rito, il principio rimane lo stesso: armonizzare l’interiore con l’esteriore attraverso la vibrazione. Addirittura, nelle grandi religioni monoteiste, la musica è stata formalizzata per servire il culto.

Nel cristianesimo, ad esempio, l’uso del canto gregoriano (monodico e senza strumenti), durante il Medioevo, aveva un obiettivo di purezza e raccoglimento. La musica doveva spogliare l’ascoltatore dagli elementi ritmici e passionali terreni, facilitando la meditazione e la lode a Dio.

Non molto diversamente, nell’Islam, pratiche come il Samāʿ (ascolto rituale) e la danza dei dervisci affidano alla musica stati di esperienza estatica (wajd) che conducono all’incontro con l’Assoluto (Dio).
In questi contesti, la musica è ortodossa, ovvero approvata e regolamentata dal dogma, e la sua funzione è l’unione devozionale.

Parallelamente alla tradizione ortodossa, la musica è stata un potente alleato delle correnti esoteriche, nelle quali l’obiettivo non è stata e non è l’unione liturgica, ma la gnosi, ovverosia la conoscenza interiore.

Per fare qualche esempio, durante il Rinascimento, figure come John Dee impiegarono sistemi fonetici e ritmici specifici (come il linguaggio Enochiano) per comunicare con entità non umane, dimostrando come il suono strutturato fosse percepito quale chiave magica.

Nel XIX e XX secolo, musicisti come Alexander Scriabin portarono la visione occulta nella musica d’arte. Per Scriabin, le armonie e la sinestesia (suono-colore) erano strumenti per un atto magico di trasformazione mondiale, andando oltre la semplice devozione religiosa per diventare co-creazione con il divino.

Nel XX e XXI secolo, la musica popolare ha ereditato e confuso queste due tradizioni.

Molti artisti di musica new age, jazz e rock esplorano temi di spiritualità laica, ricerca interiore e meditazione, spesso attingendo a tradizioni orientali o sciamaniche, come, ad esempio, i canti di Patti Smith. In questi casi la musica è un veicolo di catarsi e significato personale, distaccato dalla chiesa ma non dal sacro.

Generi popolari come il Black Metal e il Rock Progressivo utilizzano riferimenti esoterici/occulti, come, ad esempio, la filosofia di Aleister Crowley o il misticismo nordico, non solo per estetica, ma per esplorare la ribellione, l’ignoto o l’ombra attraverso il suono. L’uso di dissonanze, ritmi ossessivi e armonie “proibite” ha lo scopo di rompere l’equilibrio e l’ordine stabilito.

In definitiva, sia che si ricerchi la comunione pacifica con un Dio benevolo (spiritualità) o che si tenti di manipolare le forze universali per la conoscenza o il potere (occultismo), il mezzo più efficace per superare i limiti della realtà fisica e toccare il mistero è la proprietà vibrazionale della musica.

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