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Ho il ricordo netto del mio ormai ex medico di base che analizzando i risultati di un emocromo e qualche esame aggiuntivo commentò: «Una volta, con questi valori nessuno si sarebbe allarmato. Oggi, i range sono cambiati e stai male quando prima stavi bene». Tradotto: salute e malattia sono capricci del mercato farmaceutico. Come se non lo sapessimo, direte voi. Certo che lo sappiamo ma, forse, sarebbe il caso di riflettere un po’ di più sulle ricadute umane di questi capricci.
Beninteso, l’evoluzione della medicina ha portato a progressi straordinari, garantendo una maggiore aspettativa e qualità della vita. Tuttavia, questo trionfo della scienza medica porta con sé un’ombra: il crescente fenomeno della sovradiagnosi e dell’ipermedicalizzazione, che rischia di trasformare gli individui sani in pazienti e di gravare sui sistemi sanitari.
Ma che cos’è la Sovradiagnosi?
Si parla di sovradiagnosi quando si identifica medicalmente e con strumenti diagnostici una condizione che, se non rilevata, non avrebbe mai causato sintomi o compromesso la salute dell’individuo nel corso della sua vita.
Perché accade ciò?
Innanzitutto, per l’estensione dei criteri diagnostici che definiscono una malattia, abbassando la soglia che separa la “normalità” dalla patologia. In secondo luogo, per la capacità sempre più sofisticata delle tecnologie di screening (come mammografie, PSA o TAC) di individuare anomalie minute e non significative clinicamente.
Un esempio noto è il cancro alla prostata di basso grado, spesso presente negli anziani senza mai progredire, ma che una volta diagnosticato può innescare una cascata di trattamenti farmacologici inutili, anzi, dannosi per via degli effetti collaterali che essi comportano e del rischio di medicalizzazione non opportuna.
La sovradiagnosi è, infatti, il principale motore dell’ipermedicalizzazione (o sovratrattamento), ovvero la tendenza ad applicare esami, trattamenti e farmaci in modo eccessivo e non necessario.
I pericoli di questo fenomeno sono molteplici e significativi:
- interventi chirurgici, biopsie invasive, o trattamenti antitumorali (come chemioterapia o radioterapia) somministrati per lesioni innocue espongono i pazienti a complicanze, effetti collaterali – come già detto – e persino mortalità operatoria evitabili;
- inoltre, ricevere una diagnosi di “malattia” (anche se non clinicamente rilevante) può trasformare un individuo sano in un paziente ansioso, con ripercussioni sulla qualità della vita, generando o esacerbando condizioni preesistenti di ansia e stress;
- l’eccesso di esami, follow-up e trattamenti non necessari grava pesantemente sul Sistema Sanitario Nazionale, sottraendo risorse preziose che potrebbero essere investite per curare malattie reali e urgenti;
- l’industria farmaceutica e biomedicale può contribuire a questo fenomeno attraverso il “disease-mongering” (creazione di pseudo-malattie per vendere soluzioni farmaceutiche ad hoc) e la promozione aggressiva di test diagnostici.
Per dirla tutta, il tema dell’eccesso in medicina non è nuovo. Già nel 1923, Jules Romains metteva in scena, con una satira bruciante, questi pericoli nella sua commedia Knock, o Il trionfo della medicina (Knock ou Le triomphe de la médecine).
Nella commedia, il dottor Knock è l’essenza dell’ipermedicalizzazione. Egli rileva l’ambulatorio e gli iscritti di un medico condotto in un paesino dove tutti sono apparentemente sani. Con la sua retorica manipolatoria, Knock convince gli abitanti che la salute è un’illusione e che tutti sono, in realtà, affetti da qualche patologia latente. Il suo motto, o l’idea che trasmette, è che le persone sane sono malati che ignorano di esserlo.
Fedele a questo suo motto, Knock riesce a trasformare l’albergo locale in una clinica, ospedalizzando l’intera popolazione, che è non solo convinta di essere malata, ma felice di sottoporsi a cure e trattamenti!
Ovviamente, è la brama di guadagno di Knock e il suo desiderio di affermare il potere della medicina – o, come diremmo noi che, un secolo dopo, ne abbiamo fatto esperienza, la scienza con l’h – che lo spinge a tanta manipolazione psicologica. Nell’oggi, come sappiamo, è il desiderio di controllo sulla salute da parte delle aziende farmaceutiche e dei mercati più in generale a determinare scenari manipolativi.
Nel caso di Knock il risultato è la totale ospedalizzazione del paese e il trionfo di un’espressione della medicina come attività imprenditoriale. Nel caso del mercato delle multinazionali del farmaco, il risultato è la diffusione di danni iatrogeni non necessari, ansia da diagnosi e un onere economico sul sistema sanitario. Ancora, mentre Knock agiva attraverso la manipolazione oratoria e l’assenza di criteri scientifici, l’ipermedicalizzazione moderna si basa sul trionfo della tecnologia diagnostica e sull’eccessiva paura della malattia. Entrambi i fenomeni, tuttavia, convergono nel risultato finale: la medicalizzazione della vita quotidiana e l’annullamento della condizione di “sano”, a vantaggio di un sistema che guadagna sulla malattia o sul suo timore.
La lezione, ieri come oggi, è l’importanza di una medicina basata sull’evidenza e di una “prevenzione quaternaria”, che mira a proteggere gli individui sani dall’eccesso di:
- interventi medici inutili e dannosi;
- farmaci inopportuni;
- esami diagnostici evitabili;
- trattamenti non necessari.
In sintesi, la “troppa medicina” è un danno, un rischio e un onere. D’altronde, ogni volta che “troppo” s’accosta a qualcosa, sparisce quel qualcosa e rimane il troppo, come ahinoi ci accade spesso di sperimentare. Perciò, quando valutiamo il nostro stato di salute, tentiamo di restare lucidi, di non farci prendere dall’emozione del momento e di mantenere alta la nostra capacità critica. Ne va, letteralmente, della nostra salute.

















Un commento
È vero che ci danno troppe pastiglie. Brava brava.