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Le elezioni provinciali sarde 2025: una democrazia che perde la forma

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Il prossimo 29 settembre 2025 si terranno in Sardegna le elezioni per il rinnovo del presidente e del consiglio delle Province, oltre che dei consigli delle Città metropolitane di Cagliari e Sassari. Un appuntamento istituzionale che però rischia di passare quasi inosservato — non per la poca importanza formale, ma proprio per come è strutturato, per chi può votare e cosa significa in termini di democrazia, rappresentanza e responsabilità politica.

Cosa succede esattamente

  • Le Province coinvolte sono: Nuoro, Oristano, Gallura Nord-Est Sardegna, Ogliastra, Sulcis Iglesiente e Medio Campidano.
  • Le elezioni interessano anche le Città metropolitane di Cagliari e Sassari, con i relativi consigli.
  • Il corpo elettorale non è la cittadinanza: votano solo i sindaci e i consiglieri comunali dei comuni della provincia.
  • Si seguirà il sistema della legge Delrio (legge n. 56/2014), che ha stabilito che le province siano enti di “secondo grado”: non eletti direttamente dal popolo ma attraverso rappresentanti eletti localmente.
  • I consigli provinciali, nelle province “normali”, saranno composti da 10 consiglieri; nelle città metropolitane da 14.

Perché è poco visibile — e perché è congegnato per restare così

  1. Assenza del voto popolare
    Non votano i cittadini comuni. Questo già di per sé riduce drasticamente la visibilità sociale dell’evento, l’interesse mediatico e la percezione di legittimità. Quando una decisione politica non è collegata a un voto diretto del cittadino, il rischio che essa venga vista come mera spartizione interna alla classe politica è molto alto.
  2. Opacità e complessità
    Il voto è ponderato in base alla popolazione dei comuni: non tutti i sindaci e consiglieri hanno lo stesso peso, ma ciò non è intuitivo. È un sistema tecnico che raramente viene spiegato in modo semplice e trasparente alla popolazione.
  3. Legittimità già sbiadita
    Quando un ente non è “controllato” dal voto diretto, la responsabilità politica si diluisce. Se il presidente provinciale o i consiglieri provinciali sbagliano, manca quel meccanismo diretto di sanzione o riconoscimento che il voto popolare garantisce. La disconnessione fra cittadini ed eletti aumenta.
  4. Rischio di caste locali
    Si rafforza l’idea che esista una “politica dietro le quinte”, fatta di negoziati tra sindaci, correnti, equilibri di potere interni. Nulla di esplicitamente illecito, ma tutto ciò ha a che fare con “cooptazione”, “favorite”, “proporzioni”, senza che il cittadino possa scegliere o rifiutare.
  5. Il problema della forma
    L’elemento forse meno discusso: la forma della democrazia. Anche se i contenuti (le funzioni delle Province, le decisioni che verranno prese) fossero validi, la forma è quasi inutile se non resta percepita come tale. Se le istituzioni non appaiono come qualcosa di “nostro”, non vissute, partecipate, tanto più in luoghi svantaggiati o marginali, allora perdono anche lotta politica, fiducia, senso civico.

Ma… a cosa servono allora le Province?

Non tutto è necessariamente negativo. Ci sono funzioni che le Province — se ben organizzate, con competenze chiare e risorse certe — possono assolvere meglio del singolo comune: viabilità intercomunale, trasporti extraurbani, operazioni di coordinamento territoriale, edilizia scolastica di livello superiore, pianificazione ambientale e territoriale. In un’isola come la Sardegna, con Comuni molto piccoli, distanze, problematiche infrastrutturali e spopolamento, un ente “intermedio” ben funzionante può essere un presidio di coesione territoriale.

La grande contraddizione: poteri, poltrone e promessa di cambiamento

È qui che emerge la vena critica più forte.

  • Se non c’è voto popolare, come si può parlare di mandate chiare e accountability?
  • Se la scelta dei presidenti e dei consiglieri è nelle mani di una ristretta élite locale (i sindaci e consiglieri), la politica rischia di diventare mera gestione di carriere, quote, compromessi interni, più che di visione dei bisogni della gente.
  • Il fatto che la Regione abbia approvato una proposta per tornare all’elezione diretta lo dimostra: non è solo una questione teorica, ma qualcosa sentita come mancante.

Conclusione: cosa si potrebbe cambiare

Perché queste elezioni non restino solo un esercizio formale utile solo a chi è già nel circuito della politica, sarebbe necessaria qualche riforma che davvero restituisca forma e sostanza democratica:

  • reintrodurre l’elezione diretta dell’organo provinciale da parte dei cittadini, con formule che evitino sprechi e duplicazioni ma garantiscano partecipazione e scrutinio democratico;
  • semplificare il sistema di voto ponderato affinché sia trasparente e comprensibile, con pubbliche spiegazioni, comparazioni, esempi concreti;
  • definire chiaramente le competenze, finanziare le province in modo autonomo e assicurare che non diventino enti vuoti nei quali si spendono risorse senza responsabilità;
  • prevedere obblighi di trasparenza (bilanci, atti, performance) stretti e sanzioni, per evitare che siano solo poltrone o luoghi in cui si ricompensano alleanze politiche.

In definitiva: le elezioni provinciali sarde del 29 settembre 2025 non sono un evento “minore” — sono invece un banco di prova per capire se le istituzioni intermedie possono davvero essere riconquistate come strumenti utili per il territorio, o se diventeranno solo l’ennesima forma politica svuotata. Se la politica smarrisce la forma, rischia di perdere anche la sostanza.


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