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Ucraina e Palestina davanti agli occhi dell’Occidente
Negli ultimi anni il mondo ha assistito a due conflitti di portata globale per l’impatto politico e mediatico: la guerra in Ucraina e la guerra in Palestina. Due scenari diversi, ma accomunati da un elemento fondamentale: il ruolo dell’Occidente. Eppure, osservando da vicino, emerge un atteggiamento che molti definiscono contraddittorio, se non ipocrita, da parte delle principali potenze occidentali.
Ucraina: la narrazione della resistenza
Dal febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, l’Occidente ha assunto una posizione netta. Mosca è stata definita senza esitazione “l’aggressore”. Sono piovute condanne, sanzioni economiche senza precedenti, isolamento diplomatico, embargo tecnologico e sostegno militare massiccio a Kiev.
La narrativa dominante ha assunto toni chiari: l’Ucraina è vittima, la Russia carnefice. Ogni azione di Kiev viene inquadrata come un atto di legittima difesa, ogni reazione di Mosca come un crimine.
Palestina: il linguaggio che cambia
Ben diverso il discorso quando si tratta di Israele e Palestina. Nonostante decenni di occupazione, colonie illegali e bombardamenti che colpiscono in larga misura la popolazione civile di Gaza, i leader occidentali continuano a ripetere che Israele “ha diritto a difendersi”.
Qui le parole cambiano di significato: non più “aggressione”, ma “sicurezza”; non più “sanzioni”, ma “alleanza strategica”. Se contro la Russia si è costruita una macchina punitiva internazionale, contro Israele non c’è traccia di embargo, né sospensione di accordi commerciali o militari.
La logica del doppio standard
La differenza di trattamento solleva una domanda inevitabile: perché due pesi e due misure?
- Nel caso russo, il diritto internazionale viene brandito come arma di condanna.
- Nel caso israeliano, lo stesso diritto sembra diventare flessibile, subordinato a interessi geopolitici ed economici.
Questo atteggiamento mina la credibilità dell’Occidente, che appare selettivo nella difesa dei diritti umani e pronto a giustificare violazioni a seconda di chi le commette.
Le conseguenze di questa incoerenza
Questa disparità di approccio non resta senza effetti. Da un lato alimenta la sfiducia di molti Paesi del Sud globale, che vedono l’Europa e gli Stati Uniti come arbitri parziali. Dall’altro contribuisce ad alimentare tensioni interne nelle stesse società occidentali, dove sempre più cittadini denunciano l’ipocrisia politica e mediatica.
Conclusione
Il vero problema non è solo la disparità di trattamento, ma anche la selettività della memoria. Per parlare di “aggressione russa”, l’Occidente cancella ciò che è accaduto dal 2014: il colpo di stato in Ucraina, le repressioni e l’uccisione di tanti civili e bambini nel Donbass. La storia, invece, viene fatta iniziare solo il 24 febbraio 2022. Lo stesso schema si ripete con Israele: per il mainstream tutto comincia l’8 ottobre 2023, dimenticando decenni di occupazione e violenza che affondano le radici nel 1948.
Così, con narrazioni tronche e memorie selettive, si costruisce un racconto funzionale agli interessi geopolitici ma privo di coerenza. L’Occidente si presenta come giudice supremo dei diritti umani, ma in realtà indossa due maschere: inflessibile con i nemici, indulgente con gli alleati. Finché continuerà a misurare la giustizia con il metro della convenienza, la sua credibilità resterà un simulacro.














