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Lavorare e restare poveri

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Fino a pochi decenni fa, il lavoro era considerato il principale ascensore sociale e la salvezza certa dall’indigenza. Oggi, i dati raccontano una realtà diversa: avere un impiego non è più una garanzia di stabilità. In Italia, la figura di quello che in inglese si chiama working poor, ovvero il lavoratore povero, è passata da fenomeno marginale a crisi strutturale, alimentata da un mix esplosivo di inflazione, salari stagnanti e precarietà contrattuale.

La povertĂ  oggi non è piĂą solo l’assenza di un reddito, ma l’incapacitĂ  di un reddito da lavoro di coprire i costi della vita (affitti, energia, salute). Se l’Italia non riuscirĂ  a invertire il trend della svalutazione salariale, il lavoro rischia di perdere la sua funzione di collante sociale, diventando paradossalmente una trappola di precarietĂ .

Secondo gli ultimi report Istat (aggiornati a maggio 2026), la povertĂ  in Italia non colpisce solo chi è escluso dal mercato del lavoro, ma affligge con forza anche chi un’occupazione ce l’ha. Circa il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni è a rischio di povertĂ  lavorativa; un dato che, tristemente e in maniera allarmante, supera la media europea, ferma all’8,2%.

L’incidenza della povertĂ  assoluta tra le famiglie con capofamiglia operaio ha raggiunto il 15,6%; in pratica, una famiglia di operai su sei non riesce ad acquistare i beni e i servizi essenziali per uno standard di vita minimamente dignitoso.

E, ancora, il potere d’acquisto è in picchiata. Infatti, tra il 2021 e il 2025, i salari reali in Italia sono diminuiti dell’8,8%, a causa di un’inflazione che ha eroso i pur lievi aumenti nominali.

Oltre ai 5,7 milioni di individui in povertĂ  assoluta, il Rapporto 2026 dell’Alleanza contro la PovertĂ  evidenzia l’espansione della cosiddetta “zona grigia”: il 14,2% delle famiglie italiane vive in una condizione di “quasi povertà”. Si tratta di nuclei che non figurano nelle statistiche dell’indigenza estrema, ma che vivono sul filo del rasoio: un guasto improvviso all’auto o una spesa medica imprevista possono innescare il tracollo definitivo.

Ma perché il lavoro non basta più?
Il fenomeno è determinato da una convergenza di fattori sistemici:
1. Lavoro povero e part-time involontario – Molti contratti prevedono poche ore settimanali non per scelta del lavoratore, ma per esigenze aziendali, risultando in buste paga mensili inferiori alla soglia di sussistenza.
2. Bassa qualifica e settori fragili – In comparti come il tessile, l’agricoltura o il terziario multiservizi, i minimi contrattuali restano spesso sotto i 9 euro lordi l’ora. Ad esempio, nel settore dei lavoratori del vetro o delle calzature, le retribuzioni orarie si attestano ancora tra i 7,10 e i 7,90 euro.
3. L’ascensore sociale bloccato – Il titolo di studio protegge meno rispetto al passato. Anche se chi ha una laurea ha tassi di povertĂ  inferiori (4,2%) rispetto a chi non ha un diploma (14,4%), il precariato intellettuale sta allargando la platea dei nuovi poveri anche tra i professionisti a partita IVA.

In risposta a questa emergenza, il 1° maggio 2026 è entrato in vigore il cosiddetto Decreto Lavoro 2026 (d.l. 30 aprile 2026, n. 62), provvedimento che introduce il concetto di “salario giusto”, uno strumento che mira a estendere l’efficacia dei contratti collettivi nazionali (CCNL) piĂą rappresentativi per contrastare i “contratti pirata” che offrono paghe da fame.

Tuttavia, il dibattito resta acceso: mentre le opposizioni premono per un salario minimo legale a 9 euro l’ora (che secondo l’Istat darebbe sollievo a 3,6 milioni di lavoratori), le misure attuali puntano maggiormente sugli incentivi all’occupazione e sulla riduzione del cuneo fiscale.

Fonti

  • Istat, “Occupati e disoccupati – Dati provvisori febbraio 2026”.
  • Istat, “Condizioni di vita e reddito delle famiglie”, Report 2025/2026.
  • Rapporto 2026 dell’Alleanza contro la PovertĂ .
  • Gazzetta Ufficiale, Decreto Legge 30 aprile 2026 n. 62 (Decreto Lavoro).
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