Il sole della Sardegna calava lento sulle colline di lentischi e ulivi contorti, dorando le rocce e spegnendo il giorno con una dolcezza antica. Pasquale Piras guidava piano il suo vecchio fuoristrada lungo una stradina sterrata del Nuorese, dove la terra profumava di erba secca e mare lontano.
Era tornato da poco. Trent’anni passati in Svizzera a fare l’operaio, a spedire soldi e lettere che odoravano di nebbia e nostalgia. Quando partì, aveva vent’anni e un cuore pieno di sogni. Quando tornò, ne aveva cinquanta e un vuoto incolmabile nel petto.
Sua figlia era scomparsa quindici anni prima. Una bambina di appena sei anni. Rapita, dissero. O forse portata via da qualcuno che non si seppe mai. Sua moglie, Maria, non resistette al dolore. Si spense pochi mesi dopo, come una candela al vento.
Da allora, Pasquale parlava con le pecore, con il vento e con Dio. Ma Dio, si sa, in certi silenzi non risponde.
Quella sera, mentre rincasava dopo il mercato settimanale, vide un piccolo camioncino bianco parcheggiato vicino a una curva panoramica. Un’insegna dipinta a mano diceva:
“Panini caldi – Fatti con amore”
L’odore del pane e del formaggio fuso gli accarezzò le narici. Non aveva fame. Ma qualcosa lo spinse a fermarsi.
Scese, avvicinandosi al furgone. Una ragazza giovane, forse ventenne, stava girando delle seadas sulla pentola. Aveva i capelli raccolti in un foulard a fiori, le mani agili, la voce bassa mentre parlava con un cliente.
— Cosa le posso preparare, signore?
Pasquale si bloccò. Il tempo si fermò. Bastarono due parole.
Non fu il volto. Non furono gli occhi. Fu la voce.
— Come hai detto?
La ragazza si voltò, sorpresa.
— Ho chiesto se le va un panino…
Ma Pasquale non ascoltava più. Si avvicinò piano, come chi si avvicina a un miracolo.
— Come ti chiami?
Lei parve esitante. Poi rispose:
— Mi chiamo Lia. Almeno… così mi hanno sempre chiamata. Non conosco il mio vero nome.
Lui sentì le ginocchia cedere.
— Lia… — sussurrò — …quando sei nata… avevi una piccola voglia dietro l’orecchio sinistro. A forma di luna.
La ragazza spalancò gli occhi. Portò la mano al collo.
— Come lo sa?
Pasquale si tolse il cappello, la voce rotta.
— Perché io… sono tuo padre.
Lei fece un passo indietro, gli occhi lucidi.
— No. Non può essere… Mi hanno detto che ero stata trovata vicino a una chiesa, senza nome. Che i miei genitori… non mi volevano.
Lui le prese le mani, con una dolcezza che spezzava il cuore.
— T’hanno mentito, figlia mia. Ti hanno portato via da me. Da tua madre. Ti ho cercata per anni. Ti ho sognata ogni notte. T’ho parlato nei sogni. Nei canti. Nei silenzi delle montagne.
Lei scoppiò a piangere.
— Bàbbu… — mormorò, quasi senza crederci.
E fu quella parola, in dialetto, semplice e sacra, a spezzare l’incantesimo. Lui l’abbracciò, forte, tremando. Le lacrime si mischiarono al profumo del formaggio e del miele.
Due clienti si allontanarono in silenzio, commossi, lasciando spazio a quell’abbraccio che aveva attraversato l’inferno.
Il sole era ormai scomparso, ma per Pasquale la Sardegna tornava a brillare.
Aveva ritrovato sua figlia. E con lei, la vita.
Domenico Mele libero pensatore Sardo














