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L’animazione giapponese, o anime, è da tempo amata per le sue storie avvincenti, la grafica mozzafiato e i personaggi complessi. Tuttavia, gli studi portati avanti dallo psichiatra italiano Francesco Pantò – noto come Dottor Manga – metterebbero in luce il potenziale come strumento terapeutico di questi personaggi.
Quella che viene informalmente chiamata “Anime therapy” non è una branca ufficiale della psicologia, ma un approccio che utilizza i temi, i personaggi e le narrazioni degli anime per facilitare l’introspezione, la discussione e la guarigione emotiva.
Su quali presupposti si fonda l’approccio?
Gli anime, in modo simile ad altre forme di narrativa come la letteratura o i film, offrono un distanziamento psicologico. Permettono allo spettatore di affrontare problemi emotivi o situazioni difficili non direttamente, ma attraverso la lente di un personaggio o di un mondo di fantasia.
Uno dei meccanismi chiave è l’identificazione. Gli spettatori si riconoscono nei personaggi che affrontano ansia, depressione, traumi o la ricerca del proprio scopo (un tema ricorrente nel genere shonen).
I personaggi degli anime spesso non sono monodimensionali; lottano con fallimenti, dilemmi morali e difetti personali, rendendo le loro esperienze profondamente umane ed evocative.
Lo spettatore può inconsciamente proiettare i propri conflitti interiori sul personaggio. Discutere le scelte e le emozioni di un personaggio (ad esempio, la paura di Shinji Ikari in Neon Genesis Evangelion o la perseveranza di Tanjiro in Demon Slayer) è spesso meno minaccioso che discutere le proprie.
Molti anime trattano direttamente temi legati alla salute mentale e alla crescita personale come il superamento di un trauma, la ricerca della propria identità, problemi di ansia o depressione, l’amicizia e il supporto.
Come funziona l’anime therapy nella pratica?
Quando un terapeuta (che ha familiarità con il mezzo) incorpora l’anime in una sessione, non si limita a guardare episodi. Piuttosto, lo usa come catalizzatore di discussione.
Il paziente e il terapeuta possono identificare una serie che rispecchia il conflitto interiore del paziente. Si analizzano, allora, scene o archi narrativi specifici attraverso domande quali: «Come ti senti riguardo a come il personaggio X ha gestito la sua paura in quel momento?»
Il paziente viene, così, guidato a tracciare parallelismi tra la lotta del personaggio e le proprie esperienze di vita.
Osservare come i personaggi superano le avversità può fornire al paziente nuovi modelli di coping e prospettive per affrontare le proprie sfide.
Ovviamente, teniamo a mente che in nessun caso l’anime therapy è un sostituto delle terapie tradizionali come la terapia cognitivo-comportamentale o la terapia psicodinamica, ma è uno strumento complementare per rendere l’accesso alle emozioni e ai conflitti più facile e coinvolgente per alcuni individui.
Quali sarebbero i benefici di un approccio “nerd“?
L’uso degli anime in un contesto terapeutico offrirebbe diversi vantaggi:
- per gli individui che amano la cultura pop, l’anime abbassa la guardia, rendendo la terapia meno intimidatoria;
- crea una base di discussione condivisa tra paziente e terapeuta, specialmente utile per gli adolescenti o i giovani adulti;
- le trame incentrate sulla crescita, l’amicizia e la vittoria del bene sul male possono essere incredibilmente motivanti, fornendo un senso di speranza e agency (la capacità di agire e cambiare la propria vita).
In definitiva, che si tratti di un’epica battaglia per salvare il mondo o di una tranquilla storia di formazione, l’anime, in base a questo approccio, sarebbe più di un semplice intrattenimento. Sarebbe un ricco contenitore di esperienze umane che, se utilizzato con attenzione, potrebbe aprire la strada a profonde intuizioni emotive e a un significativo miglioramento della salute mentale.














