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Qualità della vita attiva come parametro per la pianificazione delle politiche di welfare

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 7’03” con la voce di Ingrid)

La FMSI – Federazione Medico Sportiva Italiana – ha introdotto l’idea di aggiungere un nuovo parametro nella valutazione della salute degli individui: la loro età biologica. Sì, non quella anagrafica ma esattamente biologica. Detto diversamente, si tratterebbe di valutare come le persone stanno a prescindere da quanti anni hanno. Perché, lo sappiamo, a parità di età anagrafica c’è chi sta più in vigore e chi meno. Non so, avrete notato pure voi che ci sono dei leader politici che ricoprono le loro cariche sebbene non più giovanissimi e con una lucidità che certi nonni e pure taluni genitori non si sognavano neanche da giovani.

Ora, lo so che prendere ad esempio in maniera molto vaga, varia e generale i leader politici qualche dubbio sull’integrità fisica, soprattutto mentale, lo può ingenerare. Ma, anche in questo caso, siamo abbastanza consapevoli che certe uscite infelici non sono sintomo di deterioramento biologico quanto, piuttosto, di malafede. Insomma, questi signori e queste signore sanno benissimo che stanno agendo male ma c’hanno “protocolli” da seguire. Ohibò!

Tornando al parametro aggiuntivo proposto dalla FMSI, possiamo svolgere due riflessioni: la prima è che non ci stanno dicendo niente di nuovo, lo sappiamo tutti che una vita logorante e/o sedentaria fa invecchiare prima di quanto la carta d’identità dichiari; la seconda è che dietro la preoccupazione per questo distinguo possono celarsi sia intenzioni genuine che meno genuine. O meno genuini possono esserne i risvolti…

L’invecchiamento biologico precoce è, ci spiega la FMSI, un aggravio per le spese di welfare, che si traduce in persone in più da curare e da assistere. Persone che, magari, non hanno mai praticato attività sportiva per prevenire il deterioramento biologico. Hanno, magari, fumato, bevuto, mangiato fritti e dolci a strafogo e cambiato partner senza curarsi troppo di incorrere in contagi venerei. Insomma, se la sono goduta infischiandosene di tutelare la sacralità del proprio corpo. Oppure, al contrario, si sono depressi fino al dissanguamento per una relazione affettiva finita male, smettendo di andare in palestra, di alimentarsi o di dormire. Poi ci sarebbero da annoverare gli eventuali disobbedienti, quelli del “ti avevo prescritto le cure e gli esami” e “ti avevo caldamente consigliato di vaccinarti contro questo e quello” che pure sono rimasti sordi e sospettosi. E ci sarebbero anche quelli che nessuno può effettivamente giudicare perché hanno sempre usato i contanti per tutto e dunque non è stato possibile tracciare il loro impegno sportivo, l’accesso alle strutture di prevenzione, l’acquisto di cibo sano o preservativi, eccetera eccetera. Ora, perché a tutte queste persone, così inclini a vivere come accidenti pare loro, restie ad agevolare il compito ad algoritmi indiscreti allertati costantemente per fagocitare ogni infinitesimo dato pur di profilarle, contrarie a far da cavie e favorevoli a cure naturali fatte in casa (come limone e miele per la tosse catarrosa, o il classico latte e miele, o le tisane con infuse le erbe del giardino della nonna, o i suffumigi realizzati con le foglie degli eucalipti dei vicini declivi rimboschiti)… ecco, dicevo, perché a tutte queste persone, dovendosi comunque presentare acciacchi anzitempo rispetto ad un parametro medio anagrafico (non biologico, si badi bene!), dovremmo concedere la pensione, l’accompagnamento, cure sanitarie gratuite, fisioterapia domiciliare, un lavoro meno logorante ed usurante se non se li sono meritati?

Sì, perché, a volerle utilizzare in maniera non genuina queste attenzioni per l’età biologica, si finisce per rendere il welfare una questione meritocratica.

Supponiamo, per esempio, che vi rifiutino una pensione d’invalidità per una claudicanza determinata dalla caduta da un ponteggio durante l’orario di lavoro, magari con ferita che non si rimargina facilmente perché, ahivoi, avete problemi glicemici. Il fatto è incontrovertibile ma l’altezza dalla quale siete caduti e il modo in cui siete atterrati avrebbero potuto subire sorte differente se aveste praticato arrampicata una volta a settimana? Perché pure la scelta dello sport non sarebbe un dettaglio: golf è altra cosa che climbing… E poi, ‘sta dedizione per l’arrampicata dovrebbe essere possibile certificarla dalle vostre transazioni per l’acquisto di attrezzatura adeguata, pieno dell’auto e tracciamento GPS dei vostri spostamenti verso siti da arrampicata e non lidi da molle distesa sotto le palme con drink e placido paesaggio marino. E ancora, per ‘sta glicemia che ha complicato le cose, vi siete mai prestati come cavie per sperimentare un vaccino pensato appositamente per chi ha i vostri problemi? E avete seguito, senza sgarri, una dieta preventiva? O dobbiamo credere che quella familiarità per il problema glicemico sia stata determinante nel vostro caso? E che un inciampo sfortunato sia la ragione unica di quella claudicanza? Cioè, dobbiamo proprio sgravare le vostre scelte da colpe? In definitiva, dobbiamo o non dobbiamo ritenervi responsabili del costo alla spesa pubblica che state generando?

Detto ciò, se fino a questo momento abbiamo provocato con l’assurdo e pure in maniera volutamente imprecisa, ora facciamo i seri: è sacrosanto che si punti su un’educazione alla sana alimentazione, alla vita sportiva, alla prevenzione, alle attività all’aria aperta e tutto quanto di sano vogliamo annoverare, però non confondiamo mai – né permettiamo mai che altri le confondano – l’omologazione con la salute. Anche facessimo tutti le stesse cose tutti i giorni, manterremmo le nostre peculiarità e le nostre predisposizioni a sviluppare determinate patologie e, con queste, potenziali complicanze.

Per questo l’idea della parametrizzazione biologica è, potenzialmente, scivolosa e dovrebbe essere dibattuta perché ci dicono sempre che siamo una popolazione troppo longeva e che per questo pesiamo sulle casse previdenziali. Ecco, non si sa mai che qualcuno stia pensando d’aggredirla quella spinta alla vita che ci fa continuare ad esistere oltre le aspettative. Anche perché, ho lasciato questa considerazione consapevolmente al termine dell’articolo: ma quante persone conoscete che, pur non essendosi mai moderate nel bere, nel fumare o nell’eccedere con i peccati di gola, non hanno mai sviluppato un cancro e, viceversa, persone che, pur avendo fatto scelte salutiste, si sono ritrovate a perdere la battaglia contro una neoplasia? E quante persone conoscete che, pur nella loro placida sedentarietà, hanno vissuto assai più a lungo del giovane sportivo stroncato da un infarto? Perché, a volte, non c’entra niente la biologia, c’entrano i fatti della vita e come riusciamo a metabolizzarli; c’entra la rete di supporto familiare, amicale e sociale; c’entra l’onnipresente fattore C. Insomma, c’entra qualcosa che rappresenta una inafferrabile variabile randomica.

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