🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 5’37” con la voce di Ingrid)
L’aria frizzante di questo mattino d’inizio ottobre smaschera i propositi stagionali dell’autunno appena giunto tra i colori ancora estivi dell’intorno. Lo dico a Ponziana e c’aggiungo: «È vero o no?»
«Eh io, da qualche giorno, sto indossando anche la cuffietta di lana per proteggermi la testa. Il clima è già cambiato proprio come dici tu», mi risponde lei. 85 anni, malferma sulle gambe, più acciacchi di un manuale di geriatria, i capelli corti e brizzolati che sfuggono, qua e là, dal copricapo e gli occhi nascosti da spesse lenti. Le iridi, una volta verdi come certe tormaline, appaiono oggi sbiadite dal tempo e velate da cataratte o sa Dio cos’altro. Ormai Ponziana, con questi occhi, vede solo sfumature di colori. Ma è con gli occhi della mente che ancora può vedere tutte le immagini che le sono passate davanti.
«La gente si accende la TV appena si alza; magari neanche la guarda ma, se sta in casa, la tiene accesa tutto il giorno. Io la TV non la vedo ma non mi serve; ho uno schermo sempre acceso nella mia mente, quello che trasmette le immagini della mia vita. Sono la più grande di tutti i miei fratelli e di mia sorella; prima di me c’era Amabile, che se n’è andata troppo presto.» E, da qui in poi, gli argini dei ricordi cedono e Ponziana è un fiume in piena…
«Sono sempre stata molto piccolina e, nelle foto di me poco più che bambina, mi vedi sempre con qualcuno in braccio. Dovevo aiutare mia madre. Ho iniziato a lavorare a 6 anni. Ma allora era normale; anche se a noi il mangiare non è mai mancato, appena possibile, si contribuiva tutti all’economia domestica.»
«E qual è il ricordo più bello di quel periodo?» le chiedo nel tentativo di domare il fiume.
«Eh, ricordi ne ho belli e brutti», comincia col dirmi – segno che il fiume non riuscirò a domarlo- e un’onda grande da tzunami marino sta per travolgermi. In questo caso, però, attendo lieta…
«Mi ricordo con piacere i ravioli di mia madre; li faceva spesso e quanto erano buoni! Certo, le porzioni non erano abbondanti ma il gusto era favoloso. E mi ricordo di mio padre che, pur essendo un uomo severo assai, aveva per noi figli sempre un motto d’orgoglio quando qualcuno gli diceva che eravamo proprio ben educati. Lui ci aveva insegnato a salutare chiunque con cortesia, a non prendere mai in giro nessuno e a non ridere di chi finiva in galera perché là c’era una pietra col nome di tutti. Voleva dire che nessuno poteva dirsi certo di non finirci, poiché i casi della vita sono infiniti… Al giorno d’oggi, invece, c’è tanta maleducazione in giro; se ti vedono per strada neanche ti salutano più e non stanno nemmeno attenti a non farti cadere. La società è cambiata; oggi c’è più cattiveria e menefreghismo», nota Ponziana con amarezza.
«Poi ci sono i ricordi brutti,» dice riprendendo il filo dei suoi fotogrammi, «per esempio le gemelline morte…» Ponziana fa una pausa; un po’ è stanca e un po’, l’ha detto lei, il ricordo è brutto. «Sai, una volta, i medici erano praticoni», prova a spiegarmi, «ed erano convinti che, se stavi male, non dovevi né mangiare né bere. Alla fine, mie sorelline avevano i larvixeddasa tottu tzaccadasa, questo voleva dire che avevano le labbra completamente disidratate. Non potevano sopravvivere. Al contrario, mia sorellina è stata salvata da un medico militare che ci aveva detto di darle da bere acqua bollita addizionata con un cucchiaino di zucchero e mezzo di sale». Quella che noi oggi chiameremmo soluzione fisiologica, mi vien da dire…
«Un’altra immagine che, alle volte, mi passa per la mente è l’ultimo attimo di vita di mio padre», riprende Ponziana. «Lui urlava e cussu caboru chi est’anziendinci in su lettu?» Aveva temuto per tutta la vita i serpenti, is caborus appunto; perché, quando era stato in Libia, un suo commilitone era stato ingoiato intero da un serpente gigantesco e, per aiutarlo, avevano messo sulla testa e sulla coda del serpentone sazio quella che lui chiamava una “lastrina”, poi gli avevano squarciato la pancia per tirare fuori il commilitone ma quello era già morto soffocato».
«Che storia incredibile!» esclamo, anche se non mi risulta che in Libia siano mai stati segnalati ofidi giganti. Tuttavia, potrebbe essersi trattato di un ospite occasionale del quale si stava sperimentando, per puro scopo bellico, la sopravvivenza in loco. La vita, in ogni caso, è imprevedibile e dura un soffio, mi ritrovo a pensare. E, in qualche modo, Ponziana deve averlo percepito perché mi dice: «Io ripeto sempre ai miei figli, ai miei nipoti e a tutti Su chi perdeisi oi non d’acquistai crasi, ovvero quello che perdete oggi non lo acquisterete domani. È uno sprone a non perdere le occasioni nella vita. Sai, a me, per esempio, sarebbe piaciuto studiare. La testa non mi segue più ma ho sempre desiderato sapere e vorrei che questo mio desiderio restasse a memoria dei posteri. Per questo vorrei che, il giorno che verrà, sulla mia lapide ci fosse scritto Ponziana, mancai beccia, non sentiada ka moriada ma sentiada ka imparu obiada, ovvero Ponziana, anche se anziana, non soffriva dell’approssimarsi della fine quanto, piuttosto, che se ne sarebbe andata prima di aver imparato molte più cose.»
Eh, che bell’insegnamento per tutti noi ha intenzione di lasciarci Ponziana il più tardi sia! Abbiamo tutti un bisogno enorme di confrontarci, scambiarci informazioni e di acquisire conoscenze e una vita sola, a ben vedere, è poco assai…













2 Commenti
👍🏻👍🏻👍🏻
Un bel racconto rilassante bellissima voce🥰❤️