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Olimpiadi invernali 2026: il politicamente corretto eclissa la Storia

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L’immagine è sfrecciata su miliardi di schermi durante la sigla delle Olimpiadi di Milano-Cortina: il cerchio, il quadrato, e lui, l’Uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci. Un’icona universale di armonia e proporzione. Eppure, a uno sguardo più attento, lì dove Leonardo aveva tracciato con precisione anatomica i genitali maschili, quali simboli non di erotismo ma di centralità dell’uomo nel cosmo, è rimasta solo una superficie liscia e asettica.

Qualche considerazione su questa scelta val la pena svolgerla poiché rimuovere gli organi genitali da quella figura in particolare significa snaturare il senso stesso dell’opera. Infatti, in termini generali, trasformare un uomo in un manichino equivale a privarlo della sua umanità biologica per renderlo un’astrazione accettabile dal marketing. Ma in termini specifici, la scelta è forse più grave, poiché si applica una morale pudica del XXI secolo a un’opera nata per celebrare la perfezione naturale, dove la sessualità era parte integrante dell’architettura divina.

Questa scelta riflette, dunque, una tendenza preoccupante nel design globale: la ricerca del “minimo comune denominatore” che non offenda nessuno, finendo però per non dire nulla. In un evento che celebra la fisicità estrema, la muscolatura e la potenza del corpo umano come sono le Olimpiadi, risulta paradossale che la sua rappresentazione artistica debba essere castrata.

Il fenomeno della “ripulitura” dell’Uomo Vitruviano non è, tuttavia, un caso isolato. La televisione e le piattaforme digitali hanno una lunga storia di interventi correttivi su opere d’arte per adattarle a standard di trasmissione, sensibilità religiose o algoritmi di censura.

Possiamo, ad esempio, ricordare, la replica del David di Michelangelo al Dubai Expo 2020 che venne esposta posizionandola all’interno di un pozzo ottagonale che ne copriva i genitali, lasciando visibile solo il busto e facendo sorgere la domanda del perché realizzare, con una tecnologia di stampa 3D all’avanguardia, 5 metri di statua per poi consentire al pubblico di vederne solo una parte.. La scelta fu dettata dal rispetto per la sensibilità locale, ma sollevò critiche sulla “castrazione” della scultura rinascimentale. Nondimeno, accade spesso, nelle emittenti locali degli Stati Uniti, che l’immagine del David venga mostrata con un pixelaggio sulla zona pelvica o che, addirittura, questa venga tagliata strategicamente per evitare sanzioni legate alla nudità.

Anche la Venere del Botticelli, in diversi casi, è stata oscurata o censurata perché il software di Facebook o Instagram riconosceva i capezzoli come “contenuto erotico”, ignorando il valore artistico del dipinto. Sorte similare per la Maya Desnuda di Goya che, in alcuni documentari o programmi di approfondimento artistico destinati a fasce protette o a mercati internazionali (come quello mediorientale), è stata talvolta digitalmente ritoccata per aggiungere veli o ombreggiature che nascondessero la nudità integrale, trasformandola di fatto in una versione meno “provocatoria” dell’originale.

Un’altra opera offesa dal politicamente corretto è certamente l’affresco di Michelangelo nella Cappella Sistina, già censurata dal Concilio di Trento e, cionondimeno, soggetta ad inquadrature censorie anche nell’oggi.

Non si tratta, comunque, solo di modifiche grafiche ma, a volte, anche di “censura ambientale”. È capitato che durante interviste o talk show in musei o collezioni private, alcune statue o quadri (come i nudi di Modigliani) venissero spostati o coperti con pannelli per evitare che la loro presenza sullo sfondo potesse essere considerata inappropriata per il pubblico televisivo generalista. Un caso recente che ricordiamo aver destato scalpore – era il 2016 – è la visita dell’allora presidente iraniano Hassan Rouhani al premier italiano d’allora Matteo Renzi. Un’indagine interna fece emergere che il capo del cerimoniale decise di coprire i nudi dei Musei Capitolini per non turbare l’ospite.

In realtà, c’è un motivo più specifico del perché ciò accade: come abbiamo discusso per l’Uomo Vitruviano, il motivo principale parrebbe essere la standardizzazione globale. Le emittenti e i grandi eventi (come le Olimpiadi) vogliono un prodotto “sicuro” che possa essere trasmesso in 200 paesi diversi, inclusi quelli con leggi ferree sulla pubblica decenza, senza dover produrre 200 versioni diverse della stessa sigla. Il risultato, purtroppo, è spesso un appiattimento culturale che sacrifica l’integrità dell’opera sull’altare della distribuzione di massa.

Ci sarebbe poi da avanzare anche una motivazione meno “consumistica” per così dire, ovvero il fatto che ci muoviamo sempre di più in contesti culturali turbati dall’idea che la sessualità sia da ricondurre ad un misto indefinito, che desacralizza il corpo, soprattutto le naturali differenze anatomiche e fisiognomiche. Così si riesce a passare da una dissacrante reinterpretazione de L’ultima Cena alle scorse Olimpiadi in Francia alla fluida asessuatezza cosmica de L’Uomo Vitruviano. A tal proposito, sono illuminanti le parole che Antonello Cresti scrive in “Cultura sovranista”:

«Il corpo è un brand […] la sessualità non è mai stata così esposta, e al tempo stesso mai così prigioniera. […] Stiamo vivendo una riduzione drammatica della complessità umana: la persona è sempre più identificata con la propria dimensione pulsionale, come se tutto ciò che siamo potesse ridursi a desiderio e a consumo».

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