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La recente mobilitazione contro il cerimoniale del Teatro Eliseo di Nuoro non è una semplice disputa formale perché ci stanno togliendo anche la bandiera, ma non leveranno le nostre forze. Per ribadirlo, è sufficiente il risveglio di una coscienza che non accetta più l’invisibilità della nostra identità, negata persino dall’assenza dei nostri simboli più sacri, la bandiera dei Quattro Mori e il Gonfalone cittadino.
Dobbiamo avere il coraggio di ammetterlo: per noi indipendentisti, inseguire le categorie di “destra” o “sinistra” significa dimenticare chi siamo. Queste distinzioni appartengono a logiche d’oltremare che hanno troppo spesso ignorato le specificità dell’isola. Se mettiamo al centro il popolo sardo, ogni altra etichetta diventa un ostacolo. La nostra bussola deve essere esclusivamente il bene della nostra terra.
È tempo di abbandonare l’illusione di una solidarietà internazionale che non arriva mai. Abbiamo guardato con speranza ai Catalani e ad altri popoli senza Stato, ma la realtà è cruda: nessuno manifesterà per noi se non lo facciamo noi stessi. La nostra lotta è solitaria, ma proprio per questo deve essere più fiera. Dobbiamo esaminare i nostri problemi con i nostri occhi e risolverli con le nostre mani. E tando pessamus a nois, e seminamus pro nois.
Il terreno è fertile, il malcontento è reale, ma il seme della libertà non germoglierà mai se resteremo divisi dalle invidie e dai personalismi. Faccio un appello a tutte le anime del sardismo e dell’indipendentismo: dai leader storici come Bustianu Cumpostu, Bainzu Piliu, Mauro Pili, fino alle nuove forze della democrazia soberana come Domenico Mele e Nicola Sanna, Psd’Az, Pratobello 24, dobbiamo essere uno per tutti e tutti per uno. Tottus pari. Solo uniti, senza gelosie, potremo vincere.
Basta Mao, basta Marx, basta Mussolini e basta le altre ideologie di stranieri e di strani. Il popolo sardo vuole la Sardegna per sé. È il momento di seminare insieme, con la stessa dedizione instancabile di chi, come tanti uomini e tante donne, lavora ogni giorno per il futuro dei propri figli unendo le radici del passato alla speranza del domani.
Unios chentza inbidias binchimus. Tottus Paris!














