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Il paradosso di Nuoro tra eccellenze mondiali e “missionari” stranieri nella Sanità sarda

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’20” con la voce di Florian)

C’è un’ironia amara che attraversa le strade di Nuoro e i corridoi dell’Assessorato alla Sanità di Cagliari. Un’ironia che parla di una terra capace di generare geni universali, ma che sembra condannata a cercare i propri amministratori oltre il mare o, addirittura, oltre le Alpi.

Si colloca su questa scia la recente decisione della Governatrice Alessandra Todde di affidare la Direzione Generale della Sanità sarda a un manager proveniente dalla Germania – dopo l’intermezzo romano. Tale scelta solleva interrogativi profondi non solo sulla gestione del denaro pubblico, ma sull’identità stessa della nostra classe dirigente.

Nuoro non è mai stata una periferia dell’intelligenza. Se guardiamo fuori dall’Isola, i nomi dei nostri conterranei firmano il successo di colossi globali. Pensiamo a Flavio Manzoni che, dal cuore della Barbagia, è arrivato a disegnare il mito della Ferrari, definendo l’estetica del lusso e della velocità mondiale. Oppure, pensiamo a Francesco Dessolis, ai vertici di un impero come Luxottica.
​Questi uomini dimostrano che il “metodo barbaricino” – fatto di rigore, visione e dedizione – non ha bisogno di lezioni da Berlino o da Roma. Eppure, quando si tratta di gestire il diritto più sacro dei sardi, la salute, la politica regionale sembra colpita da una strana cecità.

Il caso del dottor Marcello Tidone è l’emblema di questa contraddizione. Nuorese, barbaricino doc come la stessa Todde, Tidore è un dirigente che l’Assessorato lo conosce “fin da bambino”. La sua competenza amministrativa in materia sanitaria è riconosciuta trasversalmente: un talento che va “oltre le 5 stelle”, perché la buona amministrazione non dovrebbe avere colore politico, ma solo risultati.

La domanda è: perché cercare un “messia” tedesco, che avrà bisogno di mesi solo per mappare i bisogni dei nostri territori (dalla Gallura al Sulcis), quando in casa abbiamo professionisti che conoscono ogni ingranaggio della macchina regionale? Forse perché per la Governatrice vale il rigido dogma del nemo propheta in patria? Il sospetto è che, in questa narrazione, l’unica “profeta” autorizzata a guidare la Sardegna debba essere lei, mentre per gli altri ruoli chiave sia più comodo (o politicamente sicuro) affidarsi a stranieri.

C’è poi la questione dei soldi pubblici. Blindare un dirigente esterno con contratti che superano la durata del mandato elettorale è una scelta che pesa sulle tasche dei contribuenti. I nostri ticket e le nostre tasse prendono la via del continente o dell’estero, mentre i talenti locali restano a guardare o sono costretti a emigrare per trovare riconoscimento.

Alessandra Todde si era presentata come il volto del cambiamento e del talento sardo prestato alla politica. Ma oggi il dubbio sorge spontaneo: è lei a guidare la visione della Sardegna o è diventata uno strumento nelle mani di chi la consiglia verso scelte che mortificano le professionalità dell’Isola?

Alla luce di tutto ciò, posso ribadire con forza che la Sardegna non ha bisogno di traduttori per capire i propri mali, né di manager che vedono la nostra terra come un esperimento gestionale temporaneo. Ha bisogno, semmai, di persone che, come Marcello Tidore, uniscano la competenza tecnica alla conoscenza profonda del territorio. Perché è tempo di smetterla di sentirci inferiori. Se i nuoresi possono guidare la Ferrari e la Luxottica, possono certamente guidare anche la Sanità sarda. Basterebbe avere il coraggio di guardarsi intorno, invece di guardare sempre altrove.

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