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L’industria bellica e le emissioni nascoste

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Quando si discute di riarmo, le parole chiave sono quasi sempre “sicurezza”, “difesa” e “geopolitica”. Raramente, invece, ci si chiede quale sia l’impatto ambientale di una corsa agli armamenti che sta accelerando in tutto il mondo.

Produrre armamenti, infatti, significa estrarre materie prime, consumare enormi quantità di energia e alimentare cicli industriali tra i più inquinanti al mondo. Secondo il Conflict and Environment Observatory (CEOBS), le forze armate globali rappresentano una delle maggiori fonti di emissioni di gas serra, anche se i dati restano in gran parte segreti o incompleti per motivi di sicurezza nazionale.[1]

Eppure, tanto per fare un esempio, un jet da combattimento come l’F-35 consuma circa 5.600 litri di carburante per ogni ora di volo.[2] Per avere un’idea, è l’equivalente delle emissioni annue di diverse centinaia di automobili.

Esercitazioni e test: quando l’addestramento inquina

Non si tratta solo di guerra: anche le esercitazioni militari hanno un impatto ambientale enorme. Test missilistici, manovre navali e voli di addestramento producono emissioni massicce, inquinamento acustico e contaminazione di suoli e mari. Gli effetti sono particolarmente evidenti nelle aree dove le basi militari occupano ecosistemi fragili, come deserti, zone costiere o arcipelaghi.

Ovviamente, durante i conflitti l’impatto diventa ancora più drammatico. Gli esempi storici non mancano: dall’uso massiccio di defolianti durante la guerra del Vietnam, all’incendio dei pozzi petroliferi in Kuwait nel 1991, fino agli effetti delle guerre recenti in Ucraina e Medio Oriente. L’ambiente diventa vittima collaterale dei conflitti, con conseguenze che possono durare decenni.

Un paradosso nella transizione ecologica

Il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute) segnala che nel 2024 le spese militari mondiali hanno superato i 2.400 miliardi di dollari.[3] Una cifra enorme, che cresce di anno in anno, mentre gli investimenti per il contrasto al famigerato cambiamento climatico rimangono insufficienti. È un paradosso evidente: da un lato si invoca la transizione ecologica, dall’altro si alimenta un sistema che brucia risorse e produce inquinamento su larga scala.

Una nuova agenda possibile

Rendere sostenibile il settore militare non significa soltanto ridurre le emissioni, ma anche chiedere maggiore trasparenza sui dati ambientali, promuovere tecnologie meno inquinanti e, soprattutto, ripensare il concetto stesso di sicurezza. La vera sfida per il futuro sarà infatti trovare un equilibrio tra difesa e tutela del pianeta.

Fonti

[1] Conflict and Environment Observatory (CEOBS): https://ceobs.org

[2] https://www.scienzainrete.it/articolo/emissioni-di-gas-serra-unaltra-buona-ragione-non-farsi-guerra/jacopo-mengarelli/2025-06-09

[3] Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI): https://sipri.org

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