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A Istanbul, dove Occidente e Oriente non hanno smesso di parlarsi

In questi giorni sarò a Istanbul per la XIX edizione del Forum Economico Eurasiatico di Verona, il 22 e 23 ottobre. Un appuntamento che considero di straordinaria importanza, forse uno degli ultimi grandi luoghi di confronto in cui l’Occidente e il mondo eurasiatico riescono ancora a parlarsi senza il filtro obbligatorio della contrapposizione ideologica.
Mentre l’Europa si avvita nella spirale delle sanzioni autolesioniste, del riarmo e della deindustrializzazione, qui si incontrano rappresentanti della politica, dell’industria e della finanza di Paesi che continuano a ragionare in termini di energia, investimenti, infrastrutture, innovazione e interessi reciproci. La geografia economica non si lascia cancellare dai proclami.
Fra i protagonisti annunciati c’è Kirill Dmitriev, alla guida del fondo sovrano russo RDIF, interlocutore diretto degli Stati Uniti nei negoziati economici e diplomatici. Accanto a lui figure come Romano Prodi, Thomas Graham e importanti esponenti delle imprese russe, turche e internazionali. Una composizione che racconta una realtà ben più complessa della caricatura di una Russia irrimediabilmente ostile con cui veniamo quotidianamente bombardati.
Il contrasto è impressionante. Proprio mentre la Germania affronta una profonda crisi del proprio modello industriale e appena il 10% dei tedeschi dichiara di apprezzare il suo operato, il cancelliere Merz afferma che la sua maggiore preoccupazione non è l’economia, ma l’influenza della Russia sulla società tedesca.
Neppure la stampa italiana, in questi giorni, ha dato buona prova di sé: persino dietro le proteste e le tensioni sociali europee si torna a evocare la mano del Cremlino. È il meccanismo di una rappresentazione del nemico che si alimenta da sola: più si insiste sulla sua irriducibile ostilità, più diventa inconcepibile perfino parlargli. E l’impossibilità del dialogo finisce per apparire un fatto naturale, anziché il risultato di precise scelte politiche.
È questo il rischio più grave che denunciavo già nel giugno 2026, scrivendo di deindustrializzazione, riarmo e guerra: le sanzioni non distruggono soltanto scambi commerciali e collaborazioni economiche. Consumano relazioni scientifiche, culturali, umane. Fanno scomparire le generazioni abituate a cooperare e ne crescono altre per le quali l’estraneità reciproca diventa la normalità. Ricostruire un gasdotto può richiedere tempo; ricostruire la fiducia tra i popoli può richiederne molto di più.

È un eurosuicidio a strati: economico, industriale, tecnologico, militare, strategico. L’Europa perde mercati, competitività, autonomia e peso nel mondo. E rischia di perdere anche qualcosa di meno visibile ma decisivo: la capacità di immaginare un futuro condiviso con il resto del continente eurasiatico.
Oggi, alla vigilia del Forum, ne ho avuto una rappresentazione straordinariamente concreta, e per certi versi commovente. Un magnifico concerto di musica classica, con orchestra, tenore, soprano e uno straordinario pianista, ha proposto soprattutto opere del repertorio italiano. In platea, russi, kazaki, azeri, turchi e rappresentanti di altri popoli dell’Eurasia.
Non si trattava semplicemente della solita, generica celebrazione della musica come linguaggio universale. C’era qualcosa di molto più preciso e profondo: la percezione nettissima di un tessuto connettivo culturale comune, di un patrimonio di riferimenti, sensibilità e forme espressive nel quale tutti si riconoscevano. La musica italiana non appariva affatto come qualcosa di estraneo, importato da un altro universo: apparteneva pienamente all’orizzonte culturale condiviso di quella platea. Una testimonianza vivissima di quanto le nostre civiltà siano già intrecciate, comprensibili e compatibili.
Ed è proprio questo che rischiamo di distruggere. Non un’astratta aspirazione alla fratellanza universale, ma una realtà storica di relazioni, conoscenze e appartenenze comuni, sulla quale è possibile costruire nuovi equilibri.
Il Forum di Istanbul va in questa direzione. Dimostra che esistono ancora interlocutori, interessi complementari e spazi di cooperazione. Che si può cercare una convergenza senza pretendere l’identità delle posizioni. Che la pace può essere costruita anche attraverso una rete concreta di convenienze reciproche.
È ciò che ho cercato di approfondire anche nell’ultima puntata di Campo Profondo, riprendendo Johan Galtung: la pace non è soltanto far tacere le armi, ma creare condizioni di sicurezza e prosperità condivise che rendano conveniente a tutti non tornare alla guerra. Una prospettiva autenticamente win-win.
A Istanbul cercherò di raccontare da vicino questa realtà, ascoltandone i protagonisti, le proposte e anche le contraddizioni. Dedicherò al Forum una prossima puntata speciale di Campo Profondo, con interviste e impressioni raccolte direttamente sul posto.
Mentre qualcuno lavora per rendere impossibile perfino parlarsi, qui ho già potuto constatare quanto profondamente siamo ancora capaci di comprenderci.
SE VUOI LA PACE, PREPARA LA PACE.

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