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Come sapete, dal 15 maggio DSP è impegnato nel sostenere la raccolta firme del Comitato per la Neutralità Permanente dell’Italia in Costituzione; in quest’ottica abbiamo deciso di proporvi una serie di articoli incentrati sulle idee di pensatori che si sono chiesti da cosa originassero le guerre con le quali l’umanità si trova ciclicamente a doversi confrontare. Abbiamo iniziato con il punto di vista di Konrad Lorenz; se vi siete persi l’articolo, lo trovate al link indicato in fondo a questo articolo.
Oggi, vorremmo parlarvi di Sebald Rudolph Steinmetz, sociologo e indologo olandese vissuto tra il 1862 e il 1940. Lo studioso, nel suo saggio fondamentale del 1899, La filosofia della guerra, non si limitò a descrivere la guerra come un evento politico o economico, ma ne cercò le radici profonde nella psicologia collettiva, nella storia evolutiva e nella natura biologica dell’uomo.
Come avrete appena intuito, al centro del pensiero di Steinmetz c’è una forte influenza del darwinismo sociale, molto in voga nella cultura europea dell’epoca, che gli fa concludere che la guerra non è un’anomalia della storia o un fallimento della civiltà, ma nientemeno che un mezzo di selezione naturale e culturale. In particolare, egli riteneva che solo il conflitto aperto potesse testare la reale forza, la coesione e il valore morale di un popolo! Dal suo punto di vista, i periodi di pace prolungata rischierebbero di indebolire le società, favorendo l’egoismo individuale, la pigrizia e la decadenza morale. Di qui l’idea che la guerra agisca come un collettore di energie, che costringe l’individuo a subordinare se stesso al bene della comunità o, meglio, dello Stato.
Data la sua ardita premessa, la domanda alla quale Steimetz si trovò a dover rispondere fu, dunque, questa: perché gli individui, che singolarmente temono la morte, si lasciano trascinare dall’entusiasmo bellico?
Il pensatore, scava scava e tralasciando molteplici fondamentali aspetti, ritenne di aver individuato nella psicologia due forze motrici principali:
- l’impulso di dominazione, ovvero il presupposto che l’essere umano possiede un istinto innato di autoaffermazione e dominio e, quando questo istinto non trova sfogo nelle dinamiche quotidiane, viene canalizzato e amplificato a livello statale. Detto in poche parole, l’individuo proietta il proprio desiderio di potenza nella potenza della propria nazione;
- l’altruismo paradossale, ovvero la guerra mobiliterebbe le virtù più nobili dell’uomo, come lo spirito di sacrificio, il coraggio, la solidarietà tra commilitoni e il patriottismo, ma per scopi distruttivi verso l’esterno. Il bellicismo, pertanto, si nutrirebbe di una forte coesione interna basata sull’ostilità esterna.
Insomma, Steinmetz si schierò apertamente contro le tesi del pacifismo giuridico e illuminista, incarnato da figure come Immanuel Kant, che credevano che l’arbitrato internazionale, il commercio e il progresso della ragione avrebbero reso la guerra obsoleta. Per l’olandese questa sarebbe un’illusione ingenua poiché le dispute tra Stati non sono quasi mai semplici malintesi giuridici risolvibili da un tribunale; sono, piuttosto, scontri di forze vitali, di culture e di espansione biologico-politica. In quest’ottica antipacifista, quando due popoli hanno bisogno dello stesso spazio o esprimono visioni del mondo inconciliabili, solo la forza può decidere quale cultura sia destinata a prevalere.
A differenza di altri teorici della guerra che ne vedevano solo il lato oscuro, Steinmetz attribuisce al conflitto una funzione quasi civilizzatrice: nella sua ottica, la vittoria in guerra non va a chi è semplicemente più brutale, ma a chi possiede l’organizzazione sociale più efficiente, la disciplina più ferrea e la maggiore prontezza al sacrificio. Di conseguenza, la guerra premia la “cultura superiore” in termini di solidarietà e coesione. È sorprendente quanto questa affermazione possa giustificare persino il razzismo, la discriminazione e le epurazioni dandogli la medaglia di attività civili e civilizzatrici.
Sintetizzato il pensiero di Steinmetz, certamente sbalorditivo letto oggi, vediamo di fare qualche osservazione critica per tentare di definire il contesto storico che lo ha determinato; le sue tesi, infatti, anticipano l’idolatria dello Stato e lo slancio militarista che avrebbero devastato l’Europa nelle due guerre mondiali. L’apporto, per così dire, scientifico della sua tesi sta nel non aver interpretato il bellicismo come un capriccio dei governanti o un errore di calcolo geopolitico. Ovvero, le radici della guerra, secondo Steinmetz, affondano nella psicologia sociale (o, meglio, in una sua interpretazione) e nel bisogno umano di appartenenza, identità e scarico dell’aggressività. Dunque, per superare la guerra non basterebbe firmare trattati, ma bisognerebbe comprendere (e disinnescare) gli impulsi profondi che la rendono, ciclicamente, desiderabile agli occhi delle masse.
Il punto di vista di Steinmetz è tutt’altro che confortante ma noi di DSP siamo certissimi che in queste conclusioni ci sia un abbaglio: proprio il bisogno umano di appartenenza dovrebbe essere il vero movente per disinnescare lo scarico inopportuno e malevolo dell’aggressività che andrebbe, invece, incanalata verso attività legate al campo ricreativo, sportivo, artistico e spettacolare.
Pertanto, dimostriamo a quanti ancora potrebbero nutrire interesse per le tesi del sociologo olandese che il pensiero dei popoli è esattamente opposto a quello di governanti, o pseudotali, intrisi di bellicismo e apponiamo la nostra firma per sostenere l’inserimento della neutralità permanente dell’Italia in Costituzione.
Link https://www.dspsardegna.it/la-guerra-dalla-prospettiva-di-konrad-lorenz/
Vi segnaliamo che, tramite SPID/CIE, è possibile apporre la propria firma per la proposta della legge d’iniziativa popolare sulla neutralità dell’Italia in Costituzione. Clicca qui per firmare con lo SPID/CIE
















