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In un sistema sociale quale è il nostro, nel quale il bambino è un bene affettivo inestimabile, egli diventa spesso lo specchio in cui il genitore cerca la conferma del proprio valore; diventa, in pratica, il suo progetto esistenziale, il riflesso del suo narcisismo. Le conseguenze psicologiche sono:
- il bambino trofeo, con questo intendendo che il successo del figlio (nello sport, a scuola, nelle relazioni) non è più solo un traguardo personale, ma una convalida della bravura dei genitori;
- il falso Sé poiché, per non deludere le enormi aspettative affettive, il bambino può sviluppare una maschera di compiacenza che ne nasconde i desideri reali per soddisfare le proiezioni ideali dei genitori.
Inoltre, se il bambino è il bene supremo, ogni sua sofferenza diventa inaccettabile per il genitore e questo porta alla cultura dello “spazzaneve”, caratterizzata dal fatto che i genitori rimuovono ogni ostacolo dal cammino dei figli. Ne conseguono:
- mancanza di “anticorpi emotivi” poiché, senza piccoli fallimenti o NO educativi, il bambino non impara a gestire la frustrazione e, in età adulta, il minimo intoppo potrà tradursi in crisi depressive o ansia paralizzante;
- ansia del distacco poiché, se il bambino è la fonte primaria di senso per il genitore, separarsi – dunque crescere e andare via – viene percepito inconsciamente come un atto di abbandono o di tradimento verso il genitore.
Un’altra importante conseguenza che ci si deve attendere è il peso del debito gratitudinale. Questo significa che, mentre nel passato il debito del figlio era economico (restituire cure sotto forma di lavoro), oggi il debito è emotivo. Ce ne rendiamo conto da due presupposti sui quali si fonda la genitorialità attuale:
- “Ti ho dato tutto” – Questa frase sottintende un contratto pesante, poiché il figlio sente di dover ripagare l’immenso investimento affettivo dei genitori essendo “felice” o “realizzato” a ogni costo;
- il paradosso della felicità obbligatoria – La pressione a essere felici per non far soffrire i genitori diventa, paradossalmente, una fonte di profonda infelicità e senso di colpa.
Il passaggio al bene affettivo ha eroso la distanza gerarchica, determinando la scomparsa dell’autorità nel senso di punto fermo, in favore dell’amicizia e, dunque, del genitore che vuole essere amato dal figlio più che essere una guida autorevole. Da ciò deriva un’inversione dei ruoli; in alcuni casi si assiste alla “parentificazione”, con la quale il bambino diventa il confidente emotivo del genitore, facendosi carico di ansie adulte che non ha gli strumenti per processare.
In sintesi, quando il valore affettivo è massimo, le aspettative tendono all’infinito, schiacciando la capacità del bambino di capire chi è veramente, al di là di ciò che i genitori sognano per lui.















