Home / Politica / Il camaleontismo digitale e la bonifica della memoria

Il camaleontismo digitale e la bonifica della memoria

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’21” con la voce di Emma)

Sui social media la trasparenza dovrebbe essere il requisito minimo per chiunque faccia politica. La storia recente della pagina Facebook ora intitolata Italia Domani – Marco Rizzo racconta invece una strategia spregiudicata di cancellazione del passato e appropriazione indebita del consenso.

Nata nel 2022 come Uniti per la Costituzione, passata per Italia Sovrana e Popolare e poi Democrazia Sovrana Popolare (DSP), la pagina ha cambiato pelle quattro volte fino all’approdo a Italia Domani. Una vera e propria “bonifica digitale” ha ripulito il profilo da ogni traccia dei vecchi post per vestirlo con la nuova veste grafica, ma la realtà emerge da un dettaglio rivelatore: le icone dei follower in evidenza mostrano ancora in massa i loghi di DSP.

La gravità del gesto risiede nel fatto che i soggetti politici precedenti esistono ancora. Democrazia Sovrana Popolare è un partito attivo dal quale Rizzo si è separato, eppure si sceglie di appropriarsi di oltre 73.000 follower arruolati sotto quella bandiera, cancellando la memoria della pagina ma conservandone la dote numerica.

Il trucco del contenitore e del contenuto

Cambiare nome a una pagina mantenendo la base di follower esistente equivale a rilevare un ristorante di cucina vegetariana, sostituire l’insegna overnight (aperto per tutta la notte) con quella di una steakhouse (letteralmente “casa della bistecca”) e pretendere che i clienti seduti ai tavoli continuino a mangiare senza porsi domande. È il camaleontismo applicato all’algoritmo: non si costruisce una comunità basata su un progetto coerente, ma ci si appropria di un pubblico reclutato con altre parole d’ordine per poi riproporgli il leader di turno.

La metafora della “damnatio memoriae” e del palazzo occupato

Questo comportamento evoca la damnatio memoriae dell’antica Roma, la pratica di raschiare via i nomi e i busti dei predecessori dalle lapidi per riscrivere la storia a proprio piacimento. In chiave moderna, equivale a rilevare la sede storica di un partito, tinteggiare le pareti durante la notte, eliminare ogni archivio e posizionare la targa del proprio nuovo movimento, pretendendo che i militanti seduti all’interno diventino automaticamente tuoi sostenitori senza aver mai chiesto loro il consenso.

Il cortocircuito tra facciata e base reale

Il dettaglio visivo dei follower che sfoggiano ancora il simbolo di DSP crea un cortocircuito surreale: la pagina viene presentata come il canale ufficiale di un nuovo partito, ma le persone che ne costituiscono la spina dorsale numerica portano ancora le “divise” dell’organizzazione precedente. Si tratta di un’operazione di cooptazione coatta dove il cittadino viene trattato non come un interlocutore politico da persuadere con la coerenza delle idee, ma come mero patrimonio di traffico digitale.

L’uso dei social come scorciatoia per evitare il faticoso lavoro di ricostruire da zero un proprio seguito è il riflesso di un trasformismo 2.0. Una scelta che svela la debolezza di fondo del progetto: la necessità di appoggiarsi sui resti di contenitori svuotati pur di esibire un consenso che, nei fatti, appartiene a un’altra storia.

Tag:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *