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Da braccia a cuori: metamorfosi della relazione genitori-figli

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’56” con la voce di Emma)

Il passaggio della figura del bambino da “investimento economico” a “fulcro affettivo” rappresenta una delle metamorfosi sociologiche più profonde degli ultimi due secoli. È una transizione che ha riscritto il contratto emotivo tra le generazioni, trasformando radicalmente il modo in cui viviamo la famiglia, la genitorialità e l’infanzia stessa.

Siamo passati da una società che vedeva nei figli il proprio futuro economico a una che vede in essi il proprio specchio emotivo. Se da un lato questo ha garantito ai bambini diritti e amore senza precedenti, dall’altro li ha caricati di un compito esistenziale complesso: non devono più aiutare i genitori a sopravvivere, ma devono dare un senso alla loro vita.

Fino alla fine del XIX secolo, nella maggior parte delle società rurali e della prima era industriale, la prole era considerata un investimento economico, poiché rappresentava forza lavoro oltreché una forma di previdenza sociale per la vecchiaia dei genitori.

Con l’avvento dell’istruzione obbligatoria, l’abolizione del lavoro minorile e il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, il valore del bambino è “migrato” dalla sfera produttiva a quella sentimentale. La sociologa Viviana Zelizer definisce questo fenomeno come la nascita del bambino “economicamente inutile ma emotivamente inestimabile”; il bambino diviene, in pratica, sovrano del nucleo familiare.

Questo cambiamento ha ristrutturato la gerarchia domestica, poiché ha determinato:

  1. puerocentrismo, ovvero la famiglia non ruota più attorno alle necessità degli adulti, ma attorno ai bisogni, desideri e ritmi del bambino;
  2. investimento intensivo, ovvero, poiché i figli sono numericamente meno – assistiamo infatti a progressiva denatalità -, il capitale economico ed emotivo dei genitori si concentra in modo massiccio su uno o due individui;
  3. genitorialità come performance, ovvero essere genitori è diventato un compito ad alta pressione, dove il successo del figlio è visto come il termometro del valore sociale dei genitori.

Da un punto di vista psicologico, questo cambiamento può essere sintetizzato come segue: se un tempo il bambino doveva “servire”, oggi deve “realizzarsi”. Questo spostamento ha generato nuove dinamiche psicologiche:

  • ansia da prestazione – Il bambino percepisce di essere l’unico depositario della felicità dei genitori e questo, ovviamente, può generare un senso di responsabilità schiacciante e fragilità narcisistica;
  • scomparsa del conflitto sano – Per preservare puro e lineare il legame affettivo, molti genitori faticano a imporre limiti, temendo di incrinare la sintonia emotiva con il figlio;
  • prolungamento dell’adolescenza – Il valore affettivo è così alto che il distacco, ovvero l’uscita di casa, viene vissuto come una perdita incolmabile, portando a una permanenza prolungata nel nucleo originario.

Per concludere questa nostra analisi, focalizziamoci sul punto di vista sociale. Questa transizione ha ridefinito lo spazio macroscopico, quello pubblico, attraverso:

  • l’iper-protezione, evidenziata dal fatto che la società è diventata estremamente avversa al rischio per quanto riguarda l’infanzia. Ovvero, gli spazi di gioco libero e non supervisionato sono quasi scomparsi, sostituiti da attività strutturate;
  • il paradosso della natalità poiché, nonostante il bambino sia prezioso, il suo costo emotivo ed economico elevatissimo scoraggia la natalità. Purtroppo, il bambino è diventato un “bene di lusso” affettivo che richiede standard di mantenimento (educazione, sport, salute) altissimi.
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