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Carissima Alessandra Todde

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’03” con la voce di Florian)

Dal titolo avete pensato che volessi indirizzare una lettera la governatrice sarda, invece no; si tratta solo di un gioco di parole che ritengo molto efficace. Allo stesso tempo sto facendo un richiamo al valore dei sentimenti rispetto agli interessi economici. Perciò, il mio scrivere ora ha una chiusura ancora più forte e simbolica del solito.

Di fronte alle sfide che scuotono la nostra Isola, non basta più la politica dei palazzi; serve la politica dei volti, delle piazze e della terra. La recente presa di posizione di Alessandra Todde sulla vertenza del 41bis ha riacceso una scintilla: quella di un capo che sembra finalmente voler parlare alla pancia e all’anima del popolo sardo. Ma un plauso, per quanto meritato, non è un assegno in bianco. È, semmai, l’inizio di un’aspettativa monumentale. Perché? Perché Alessandra dovrebbe volgere lo sguardo anche altrove e porgere orecchio…

Il grido che si leva dalle campagne non è un “no” al progresso, ma un “no” alla colonizzazione. Vedere i terreni agricoli, quelli che dovrebbero nutrire i nostri figli, venire soffocati da distese di pannelli fotovoltaici o segnati da foreste di torri eoliche senza un reale beneficio per chi qui vive, è una ferita aperta.

La Presidente è chiamata, dunque, a un atto di coraggio: scendere fisicamente tra chi presidia i porti e i campi. Serve una visione che metta la sovranità energetica nelle mani dei sardi, non dei grandi gruppi d’investimento che vedono l’isola solo come una batteria da sfruttare.

C’è poi il dolore silenzioso di chi aspetta mesi per una visita o di chi vede il proprio ospedale di prossimità svuotarsi. La sanità è il termometro di una civiltà: se non funziona, la politica ha fallito.

Insieme a questo, il cappio della continuità territoriale continua a stringere: volare o navigare da e per la Sardegna non può essere un lusso, ma un diritto garantito che non dipenda dalle fluttuazioni del mercato.

La richiesta che arriva dalla base è chiara: meno logiche di partito nazionali, più identità. È un invito a spogliarsi delle maglie romane — che siano dei 5 Stelle o di altre sigle — per indossare l’unica veste che conta veramente: quella di rappresentante di un popolo fiero.

In nome delle memorie e della dedizione al lavoro — quella stessa forza che vediamo in donne come Monica, che uniscono la Polonia alla Gallura con il loro esempio di sacrificio e amore — il popolo sardo è pronto a sostenere chi lo difende. Ma il sostegno va guadagnato ogni giorno, su ogni singolo ettaro di terra e in ogni corridoio di ospedale.

Pertanto, cara Presidente, c’è un simbolo che il popolo non vuole più vedere: quella “collanina” invisibile ma pesante che porta il nome di Terna e dei colossi dell’energia. È tempo di fare un cambio simbolico e concreto: al posto della collanina “Terna”, metta la collanina “Torno”.
​Torni tra la gente, torni nelle piazze, torni a essere esclusivamente sarda tra i sardi. Solo così sarà la benvenuta in ogni angolo della nostra terra. Perché la Sardegna si governa con il cuore, non con i conti in banca delle multinazionali. Se sceglierà il cuore, avrà al suo fianco un intero popolo e anche, e per sempre, il mio sostegno.

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