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di Kaspar Nu
Nel XVIII secolo, il filosofo Jeremy Bentham progettò il Panopticon, un edificio carcerario ideale in cui un unico guardiano poteva osservare tutti i prigionieri senza che questi sapessero di essere guardati. Oggi, quel modello architettonico non ha più bisogno di mura di pietra: si è dematerializzato nei flussi di dati che generiamo ogni secondo. Questo nuovo modello si chiama infocrazia, ovvero il dominio del dato.
Il termine, popolarizzato recentemente dal filosofo Byung-Chul Han, descrive una forma di governo e di controllo sociale basata non sulla forza bruta, ma sul possesso e sulla manipolazione delle informazioni. Infatti:
- la sovranità non risiede solo nelle leggi, ma negli algoritmi che decidono cosa vediamo sui nostri schermi;
- non è più necessario censurare le notizie (come nelle vecchie dittature) perché basta inondare il sistema di informazioni contraddittorie per rendere la verità irrilevante;
- mentre il vecchio potere imponeva il silenzio, l’infocrazia ci spinge a comunicare, a condividere e a “metterci a nudo”.
Nel Panopticon di Bentham, il detenuto si sentiva osservato e quindi si autodisciplinava; nel Panopticon digitale, il meccanismo è invertito: siamo noi a consegnare volontariamente i dati necessari alla nostra stessa sorveglianza. Ma come avviene praticamente questo controllo?
Dal punto di vista del metodo, è abbastanza agevole convenire sul fatto che, come già sottolineato, non occorrono più coercizione e mura fisiche poiché l’utente si espone costantemente mostrando di essere sedotto da contenuti che condivide o commenta, mettendo il proprio Like e agevolando l’algoritmo per convenienza. Quanto appena detto c’induce una riflessione sulla differenza di scopo dei due metodi di sorveglianza: quello di Bentham era finalizzato alla correzione del comportamento, quello digitale è finalizzato alla profilazione e alla previsione dei consumi/voti. Ma il dato davvero sorprendente è rendersi conto di chi sia il controllore, il guardiano, il sorvegliante. Nel primo caso, ovviamente, lo Stato – dunque il controllo è centrale -, nel secondo caso le Big Tech attraverso gli algoritmi – perciò il controllo è decentralizzato.
Chiarito questo, possiamo fare un passo ulteriore nella nostra analisi: l’infocrazia esercita una psicopolitica, ovvero qualcosa di molto più intimo e profondo della biopolitica di cui parlava Michel Foucault che disciplinava la società uscendo dal carcere e sfruttando tutte le istituzioni, dalle scuole alle fabbriche, agli ospedali con l’obiettivo di rendere i corpi docili e produttivi.
La psicopolitica è letteralmente un controllo invisibile che si esercita attraverso i Big Data: chi detiene il potere può mappare la nostra psiche, conoscere le nostre paure e i nostri desideri meglio di noi stessi. Il Panopticon digitale non limita la libertà, la sfrutta proprio perché la fa percepire tale e non strumento di sorveglianza. La libertà viene consumata e trasformata in controllo attraverso la trasparenza coatta.
Questo porta alla creazione di bolle informative, dove l’algoritmo ci mostra solo ciò che conferma i nostri pregiudizi, neutralizzando il dibattito democratico e rendendo la manipolazione un processo chirurgico e silenzioso.
Pertanto, dobbiamo stare molto attenti, poiché l’infocrazia rappresenta una minaccia silenziosa per il processo democratico. Infatti:
- se ognuno vive nella propria realtà algoritmica, scompare il terreno comune per il dialogo e la società si frammenta;
2. la velocità dell’informazione digitale non lascia spazio alla riflessione profonda, necessaria – ad esempio – per l’analisi politica. In altre parole, scompare il pensiero critico;
3. noi siamo trasparenti per il potere (attraverso i dati), ma gli algoritmi del potere sono opachi per noi (poiché ci sono segreti industriali). Va da sé che questa condizione rende la trasparenza asimmetrica e a totale vantaggio delle Big Tech.
In definitiva, il Panopticon moderno non ha bisogno di guardie armate perché abbiamo interiorizzato lo sguardo dell’osservatore. Per contrastare l’infocrazia, dobbiamo non solo proteggere la nostra privacy, ma riscoprire il valore del silenzio, dell’interruzione e della non-trasparenza in un mondo che ci vuole costantemente connessi e profilati così da manipolare, all’uopo, il nostro consenso e insinuarsi nella nostra privacy.














